“My best friend’s a butcher, he has sixteen knives,
he carries them all over the town at least he tries
Oh look it stopped snowing.”
Interpol

Otto confezioni di lamette da barba e una cartone di uova da sei. In coda al supermercato aspetto impaziente il mio turno.
Il ragazzino davanti a me – una bottiglia di latte, preservativi – ha la polo sudata all’altezza delle scapole e un rivolo di sudore gli scende lungo la nuca, sparendo nel colletto.
La commessa osserva apatica i miei acquisti, passandoli sul nastro. Il ragazzo, neanche vent’anni, a occhio e croce, buona famiglia, ben nutrito, un migliaio di dollari in vestiti firmati, mi lancia un’occhiata strana.
Ti strangolerei con le tue budella. Ma è troppo presto per questo genere di considerazione. Ho sete, le labbra spaccate dall’arsura. Non ho ancora fatto colazione ma berrei volentieri il tuo sangue. Cerco di darmi una calmata, non è questa l’ora adatta per giocare al Dottore.
Il ragazzo se ne va.
Pago la mia roba e mi incammino verso casa, tra vie fatiscenti ed edifici scoperchiati come da un bombardamento aereo. E invece è soltanto degrado e sporcizia ovunque, resti macilenti di una città un tempo gloriosa, su cui ora campeggiano per contrappasso gli enormi cartelloni patinati di qualche stilista famoso. I volti perfetti e sorridenti dei modelli che sembrano dire “Questo è Dio, adesso”. Come se fosse arrivato davvero il momento di crederCi. E, in sottofondo, la litania dei gatti randagi in cerca di cibo e il rap dei Wu-Tang straziato da qualche autoradio rubata, allietano le torride mattinate in questa novella Sodoma.
Nell’androne di casa – uno stabile su due piani ereditato chissà come da mio padre – mi investe il consueto odore di polvere e ruggine. Un fruscio come di un cane che si infila nello spiraglio del portone mi costringe a voltarmi di scatto, lasciando cadere a terra la busta della spesa. Sento le uova andare in pezzi con un suono liquido, rivoltante. Il ragazzino del supermercato – occhi verdi, un’indefinibile massa di capelli corvini spettinati, lentiggini, un’insopportabile odore di pulito – mi si para davanti, placidamente. Sorride. Una specie di ghigno.
“So chi sei.”
Si risveglia aprendo a fatica l’occhio tumefatto, gonfio di sangue, perfetto nel suo cromatismo espressionista. Non sembra troppo turbato dal vedersi riflesso nel monitor della mia videocamera e la sua reazione mi delude immensamente. Forse perché quella sua uscita infelice di qualche ora prima mi aveva talmente sconvolto da impedirmi di pensare razionalmente. Sempre ammesso che tu ne sia ancora capace. Nel panico l’avevo colpito in piena faccia, lasciandolo privo di sensi sul pavimento. Mi era parso scortese ed ero stato costretto a cancellare i miei appuntamenti e a trascinarlo nella stanza dei giochi.
Cherubino caduto, chi ti ha spezzato le ali? Di certo non hai mai conosciuto la sofferenza. Non hai l’attitudine all’autodistruzione, la dolce dedizione al dolore di chi frequenta questa casa. Te lo leggo negli occhi. Vorresti cibarti della mia carne in decomposizione, attratto come sei dal suo gusto agrodolce. Ma non reggeresti al tanfo del mio marciume. Sarò costretto ad ucciderti e non avrai più luce.
“Perché non mi schiaffeggi e basta?”
Mi volto verso di lui, schiantato a terra e riportato alla realtà dal suono pulito – giurerei quanto il suo odore – della sua voce. Con la mano guantata di metallo lo colpisco di nuovo. La carne si lacera producendo un rumore celestiale e il sangue gli imbratta la mezzaluna del volto, lasciando immacolato il resto. Continua a sorridere, o meglio, a ghignare, come in uno spasmo che gli sconvolge la faccia, rendendolo, se possibile, più bello. Quando vedo la sua lingua guizzare a raccogliere stille di sangue, lo sguardo deliziato, mi sembra di aver vinto alla lotteria senza neanche aver comprato il biglietto. Forse mi sbagliavo completamente su di lui.
“Immaginavo fossi un po’ più loquace.”
Sfrontato e imperturbabile, non riesco a leggergli dentro. E’ diverso da chiunque altro sia passato sotto i miei ferri e non so se abbandonarmi al dolce richiamo della fortuna o restare in guardia.
“E’ questo che ti rende felice?” Incalza, imperterrito.
Ci dev’essere per forza un fondo di infelicità e turbe infantili a giustificare il Male, il mio Male? Niente di tutto ciò, io credo. Io, che mi sento nor-Male, meglio ancora, fortunato, visto che amo il mio mestiere. Me lo chiedo soltanto perché fino ad ora ogni uomo o donna nelle mie mani ha voluto cercare una risposta. Palliativo è una delle parole che preferisco, descrive alla perfezione il tentativo di trovare un appiglio nel vuoto, quando non si dovrebbe fare altro che assaporare il silenzio del nulla e della paura.
Io non amo i quiz. Il gioco alla lunga mi annoia. Non perché non conosca le risposte. E’ che non ho voglia di darne.
Comincio ad avere fame e mi serve ancora tempo per capire se la sua carne è il cibo di cui ho bisogno.
Mi avvicino a quel suo viso incontaminato da angelo-bambino, di una purezza solo apparente, dietro alla cui maschera si cela quella sofferenza che spinge verso il dolore e che io, nella mia sterile indifferenza, conosco solo per astrazione. Sfigurato dai colpi ricevuti mi porge l’altra guancia – da bravo cristiano – giglio immacolato che si staglia contro il disastro purpureo della metà incrostata di sangue. Lo incido con un bisturi tenendolo fermo per il mento: un taglio secco, sotto l’occhio. Il marchio che tutti vorrebbero per sentirsi speciali. Il sangue sgorga elegante da quella pelle soffice come piuma. Non ho mai conosciuto nessuno che sanguinasse con la stessa indescrivibile bellezza.
Mi sento un artista, come mai prima d’ora.
Mescolata al sangue, una lacrima gli scende sul viso, perdendosi nella carne martoriata. Il dolore dell’anima. Uno spettacolo penoso, patetico, a cui non posso assistere. Peccato, il ragazzo cominciava ad acquistare punti. Cadono tutti, prima o poi.
Sbadiglio, annoiato. Il ragazzo mi guarda, aspettandosi una risposta che non arriverà mai.
Lo lascio lì, in preda al suo puerile bisogno di attenzione. Se questo fosse un asilo nido mammina sarebbe già corsa a prenderti. Mi tolgo i guanti e chiudo la porta blindata dietro di me.
Con addosso una t-shirt bianca schizzata di sangue come un test della scientifica, mi siedo sul divano sfondato a guardare Dirty Sexy Money, anche se continuo a preferire Peter Krause in Six Feet Under. Ho voglia di uova fritte ma la mia colazione giace sul pianerottolo di casa. Mi vengono in mente molti modi per utilizzare quelle otto confezioni di lamette da barba. Di certo più di quanti ne conosca per cucinare.
Dalla stanza dei giochi, il ragazzo comincia ad urlare.