I
Il giorno che lei visitò la sala incisoria
c’erano in quattro stesi là, neri come arrosto bruciato,
già mezzi decomposti. Un sentore acetoso
di fermenti di morte li avvolgeva;
si misero al lavoro i giovani in camice bianco.
A lui toccò un cadavere dalla testa fracassata
e lei non ci capiva quasi niente
in quei frantumi di cranio e pezzi di vecchio cuoio.
Uno spago giallastro li teneva ancora insieme.
Sylvia Plath
II
“Ciao Abby”
Ciao mamma. E’ così strano vederti qui. Non è il posto adatto al tuo tailleur di Chanel.
“Vuoi un caffè? No, certo che non lo vuoi”
Grazie mamma, per essere sempre così premurosa. Soprattutto ora che è scaduto il tempo. Non potevi fare a meno di metterti quel rossetto rosso-Dior che ho sempre detestato, e il tuo amato filo di perle, non sia mai che la gente pensi che non sai essere perfetta anche in momenti come questi. Il grande palcoscenico della vita con i riflettori costantemente puntati su di te.
“Non guardarmi così”
Io non ti guardo, mamma. L’ho fatto per troppo tempo cercando di carpire i segreti per essere come te. Per essere impeccabile, algida e senza sbavature. Poi ho smesso. Perchè tu eri una chimera. Non c’eri mai. Io ero solo il tuo specchio incrinato. E tu non hai mai voluto guardarci dentro. Mentre le altre madri sfornavano soffici pan di spagna al cioccolato e leggevano favole della buona notte tu mi lasciavi del Vicodin sul comodino e chiudevi la porta.
“Allora, come stai?”
Come vuoi che stia, mamma? Guardami. Hai sempre disprezzato i miei digiuni forzati, la mia abbronzatura “volgare”. Volevo solo diventare una modella. Dimostrarti che potevo essere migliore. Milgiore di te, mamma, l’attrice consumata, la diva. Volevo afferrare il sogno americano e tenermelo stretto. Invece sono finita nell’incubo. Eppure guardami adesso. Guarda la mia pelle bianchissima, la nobiltà greca della mia carne, la fierezza del mio corpo immobile. Ma tu sai solo studiarmi in silenzio e dissezionarmi, distruggendo le mie ambizioni.
“Non lo trovi curioso? Io e te, qui, a parlare?”
Già, curioso. Così divertente che mi metterei a ridere, se ne fossi capace. Io e te, qui, a parlare, dopo anni di silenzi, e tagli nell’incavo del braccio, e siringhe piene di eroina iniettate da un raffinato spacciatore in qualche lussuoso attico nell’Upper East Side.
“Il Dottore dice che potresti uscire venerdì”
Avrai abbastanza tempo per organizzare la mia ultima, grande uscita in società? Il miglior allestimento teatrale mai calcato dalla tua indegna erede. La vedi la cicatrice a forma di Y sopra al mio sterno? Non è la stessa che porti sotto le tue tette rifatte. La vedi? E’ così che ti incidono sul tavolo mortuario, quando il coroner gioca con le tue viscere fredde e ti tagliuzza come un quarto di manzo per scoprire cos’hai che non va. Autopsia. Comprendi? Sono un pezzo di carne adesso, mamma, un gran bel pezzo di carne congelata. Vuoi offrirmi un caffè ora, mamma? Vuoi regalarmi una Louis Vuitton per colmare i miei scompensi psicologici come ogni Natale? Sono sempre stata troppo emotiva, troppo infantile per te. Guardami ora. Un capolavoro di sterile freddezza e glaciale indifferenza.
“Pensavo di farti indossare un tubino nero di Gucci. Molto semplice, molto sobrio, molto elegante. Niente di troppo impegnativo”
Non hai mai saputo parlare d’altro. Vestiti firmati, serate mondane, mazzi di rose rosse nel tuo camerino e un amante in ogni città. Ed io solo un’ombra inconsistente, la figlia anoressica e cocainomane, l’ultima modella della fila, con il lavoro pagato dal suo cognome.
“Credi di potermi giudicare perchè sono stata una cattiva madre? Io neanche ti volevo. Sei stata solo un incidente di percorso ed era troppo tardi per sbarazzarsi di te. Dovevo forse rinunciare alla mia carriera per te?”
La tua carriera. Già. E chi ha ti ha mai disturbata? Chi ha mai cercato di ostacolarti? Si dice che le donne uccidano quasi sempre per trasporto emotivo, che prediligano il veleno e lo strangolamento alla violenza delle armi e allo spargimento di sangue. E tu sei stata la mia Medea, mamma. Non ne potevi più di me . Non riuscivi a sopportare, lì, davanti ai tuoi occhi, lo spettro in decomposizione di quello che saresti diventata. Perchè lo saresti diventata. Prima o poi. Hai pugnalato il quadro, come Dorian con il suo ritratto. Ma non ti è successo nulla. In fin dei conti ero più intelligente di te. Ma non certo più furba. E tu lo sapevi. Ho avuto molto tempo per pensarci su. Per chiedermi chi mi avesse uccisa. Sai, mammina, stando in questo posto di tempo me ne rimane molto.
“Sono stata io, tesoro. La mamma doveva liberarsi di te. Lasciatelo dire, è stato più facile del previsto”
Lo so, mamma, non vedevo l’ora di andarmene all’altro mondo. Forse finirò all’inferno, come dicevi tu, ma non dev’essere poi tanto male. Ogni posto sarà migliore di una vita passata accanto a te.
“Signora, il cadavere dev’essere rimesso nella cella frigorifera”
Oh, mamma, tornerò nel mio piccolo loculo freddo e sterile, attendendo con ansia il Gran Giorno in cui spargerai terra sulla mia tomba e verserai lacrime false sulla mia morte. Ecco che lo sportello si chiude dietro di me, rigettandomi nel mio bozzolo di defunta crisalide. Non diventerò mai una farfalla. Ma qui dentro non avrò più incubi. E’ un posto tranquillo. Riposa In Pace, dicono. Ed è proprio vero. La vita è sprecata in mano ai vivi.
“La prego, Dottore, me la lasci rivedere per un ultimo istante”
Lasciatemi in pace voi, piuttosto, sadici macellai. Non tirate fuori la mia fredda lettiga. E invece no, dovevate riportarmi di nuovo sotto questa cruda luce al neon.
Ciao mamma, ciao Dottore. Un giorno giocherò anch’io con le vostre viscere. E ci divertiremo insieme. C’è un prezzo da pagare per spiare le mie cicatrici, per auscultare il mio cuore – eh sì, batte.
Poi, finalmente, una mezzaluna diabolica mi compare sul viso. E apro gli occhi.
