“Lo schiavo a tempo pieno. Dio a tempo ridotto.”
Tender Branson

Che rottura, essere crocefisso.
Stavo diventando noioso. Anche i miei pensieri stavano diventando noiosi. Buttai nel cestino il doppio cheeseburger preso da McDonald’s, ancora avvolto nella sua carta unticcia e croccante, lasciato a metà e grondante ketchup dall’unico morso vampiresco che gli avevo concesso. Tanti saluti, fame nel mondo. Mi sorpresi nel ritrovarmi più cinico di quanto ricordassi. Ma la mente tornava sempre troppo indietro nel tempo, senza sapere esattamente quali ricordi vagliare, perché il cinismo l’avevo contratto nell’utero materno.
Pensai che in fondo Cristo era stato fortunato. Lui almeno aveva dovuto sopportare la noia della croce una volta sola. Certo, ci era rimasto secco, ma era un piccolo prezzo da pagare per consacrarsi alla fama eterna. A me toccava farlo una volta a settimana, se tutto andava come previsto. E di certo i miei quindici minuti di celebrità warholiana non valevano il calvario a cui mi ero sacrificato per insania rispondendo ad un annuncio su internet. Da che mi ricordassi non ero mai stato tra quei fortunati baciati dal talento, che coltivavano velleità artistiche con vezzi da alternativi pseudo-esistenzialisti fuori tempo. Ma era stata una settimana fiacca e avevo bisogno di un lavoro decente da mesi quando capitai su quel sito. Senza contare che pagavano bene.
Le testate dei maggiori quotidiani lo salutavano come il nuovo Messia – un interessante gioco di parole – con titoli accattivanti e provocatori che mi definivano “Il Cristo itinerante di Marcus Ziliacus”. Una scultura vivente. Ecco cos’ero diventato.
In realtà ero fermamente convinto dell’inettitudine di Ziliacus. Non un’inettitudine intellettualmente accessibile come quella di Zeno Cosini, bensì qualcosa di più grande e frustrante. Insomma, quell’individuo non aveva il benché minimo talento e non sarebbe stato in grado di guadagnarsi da vivere nemmeno mettendo sottovuoto una scimmia danzerina, ma tant’è, aveva avuto un’intuizione geniale che ora lo ripagava con vagonate di soldi e i commenti lascivamente entusiastici di qualche critico cui la cataratta aveva impedito di osservare attentamente il suo lavoro.
Ad ogni modo, non avevo mai guadagnato meglio e con una simile costanza dai tempi della scuola, quando vendevo limonata sul marciapiede di fronte a casa ai ciccioni accaldati che costituivano, di fatto, la percentuale maschile del mio vicinato. Da quel punto di vista non c’era di che lamentarsi. Per quel che riguardava la dedizione al lavoro e il piacere con cui lo svolgevo, bé, lì iniziavano le note dolenti. Tra monotonia, giunture indolenzite e ragazzini che mi toccavano il pannolone, non c’era certo di che stare allegri. Senza contare la peluria incolta che mi cresceva sul viso come in un principio di ipertricosi.
“Abèl, che stai fascèndo?”
Tra gli innumerevoli “pregi” di Ziliacus si contava anche l’imitazione, peraltro malriuscita, di un pessimo accento francese, che non avrebbe ingannato neanche un sordo ma che gli dava evidentemente l’impressione di sembrare un vero artista, accompagnata dall’ostentazione di mossette da checca che lo facevano assomigliare ad una parodia di omosessuale. In quei casi avrei tanto voluto inchiodarmi lo scroto alla croce e avviarmi ad una serena carriera da voce bianca in qualche coro locale di ragazzini imberbi. Se l’intera categoria era destinata ad un’evoluzione tanto ingloriosa, non volevo fare anch’io quella fine.
“Sto arrivando.” Risposi, laconico e perentorio.
Il richiamo da aristogatto in calore lanciatomi da Ziliacus poteva voler dire soltanto una cosa: era giunta l’ora di andare in scena. Aprite il sipario, signori, si recita.
Mi ravviai la chioma perché sapevo che Ziliacus me l’avrebbe chiesto comunque. Il regista era lui e, mio malgrado, dovevo recitare per lui il personaggio che voleva, o potevo dire addio al mio stipendio.
La vecchia croce di legno, scampata all’incendio di chissà quale chiesa metodista e quindi mezza affumicata, era già stata collocata al centro della stanza dai muri rigorosamente immacolati. I critici – così occupati a trovare simbologie remote e trascendenti in ogni minima flatulenza dell’artista – si erano fermamente convinti che la croce offrisse un tocco vintage all’opera e che il contesto – perdio, non certo casuale – di una stanza completamente bianca, contenesse un esplicito significato sacro-virginale indispensabile per la contestualizzazione del soggetto. Nessuno si era mai soffermato a pensare che Marcus Ziliacus fosse semplicemente un idiota di proporzioni cosmiche che aveva piazzato per sbaglio un simbolo religioso vecchio come il cucco nel bel mezzo di una stanza spoglia, costruendoci una fortuna.
Io lo sapevo, così come lo sapeva l’entourage di Ziliacus e forse lo intuiva anche qualche spettatore scettico sul costo del biglietto. Ma nessuno l’avrebbe mai ammesso.
Da “lassù” sentivo le guide, inguainate nei loro pantaloni neri elasticizzati da mimo in disgrazia, blaterare di “rivitalizzazione del simbolo sacro”, “risemantizzazione del Cristo in chiave cosmico-contemporanea”, “dialogo intramontabile tra le crocefissioni di Donatello e Brunelleschi e il Cristo di Ziliacus”. Inchiodato com’ero – e lo ero veramente – alla mutezza imposta dal mio ruolo, non potevo esprimere il mio totale disappunto e neppure scaracchiare sulla testa di qualche anziana turista che annuiva compiaciuta. Era più che altro una questione di soldi e sopravvivenza. La mia.
Detestavo il fatto che tutta quella gente fosse così ottusa da abboccare a delle simili aberrazioni solo perché faceva tanto intellettuale radical-chic o perché lo imponevano i giornali e la moda.
Ero io l’oggetto di tutte quei complimenti ipocriti, ero io ad essere sezionato e studiato e fondamentalmente incompreso. Se almeno la Pietà di Michelangelo avesse preso vita e Cristo si fosse tirato su dalle braccia della Vergine per dire “ehi, stavo solo schiacciando un pisolino”, avrei avuto un autorevole precedente a cui appellarmi. Ma nella situazione in cui mi trovavo, non potevo fare un granché.
“Abèl..”
Ziliacus si aggirava per la stanza con un paio di occhialetti alla John Lennon sul naso adunco e uno zucchetto nero in testa, belando impaziente il mio nome finché non mi presentai davanti a lui in tutta la mia accondiscendente reverenza. Gracel mi stava già aspettando con l’imbracatura in mano, circondata dai tecnici del museo.
Mi sorrise, amareggiata e distrutta dal ruolo di eterna seconda che la affliggeva. Non aveva tutti i torti. Se avessi avuto la metà della sua preparazione, del suo gusto e della sua acuta intelligenza, non avrei mai accettato che la giustizia karmica mi rifilasse il posto ammuffito di assistente di un imbecille come Ziliacus. Come da copione mi infilai dietro al paravento orientale per spogliarmi dei panni mortali e indossare quelli – ben più succinti – del mio alter ego. Quando mi palesai al mio piccolo pubblico, ad attendermi c’erano già i risolini divertiti di qualche povero operaio, imbarazzato dal perizoma bianco che copriva giusto il minimo indispensabile, e dalla corona di spine appoggiata sulla mia testa.
Mi sforzai di assumere l’espressione più contrita possibile e immergermi nel mio infausto ruolo, mentre i tecnici cominciavano a issarmi sulla croce tirando le corde dell’imbracatura. Il meccanismo, non diverso da certe attrezzature da bungee jumping, non era stata un’idea di Ziliacus – e come avrebbe potuto – ma di qualche collaboratore abbastanza sveglio da capire che nessun essere umano, per quanto profondamente malato e perverso, avrebbe mai accettato di farsi inchiodare mani e piedi ad una croce una volta a settimana per il plauso degli spettatori paganti. In questo modo, invece, un sistema di robuste corde e moschettoni mi teneva sollevato da terra, accollandosi la responsabilità di non farmi percepire la forza di gravità che, in condizioni di vera crocifissione, mi avrebbe lentamente condotto ad una morte atroce per asfissia. Esteticamente non era un granché, ma Ziliacus aveva abilmente aggirato l’ostacolo ritenendo il tutto “un espediente coreografico capace di conferire quella modernità indispensabile per transitare l’immagine di Cristo dal Nuovo Testamento al ventunesimo secolo”. La frase, ovviamente, non era sua, ma partorita dalla mente brillante di qualche giovane addetto stampa profumatamente pagato.
Gibson, il solito poveraccio addetto ai lavori di “manovalanza”, mi stava legando polsi e caviglie alla croce, secondo la tradizione per cui, al posto dei chiodi, i carnefici di Cristo usarono la corda.
E così, eccomi là, come un tacchino da esposizione, ben assicurato al suo spiedo e pronto per essere rosolato. Certa gente avrebbe pagato per assicurarsi la mia visibilità ma alla lunga era stancante trovarsi al centro dell’attenzione. Capivo perché a Monna Lisa fosse spuntato quel sorriso enigmatico, probabilmente si sentiva a disagio davanti ai milioni di turisti che la guardavano ogni giorno, o forse, a forza di sorridere a tutti, un crampo le aveva paralizzato i muscoli della faccia congelandole la bocca in un’espressione indecifrabile.
“Ok, Abel, ci siamo. Ti senti bene? Hai sete? Mancano cinque minuti all’apertura quindi ti conviene parlare ora perché poi non potrai più farlo”.
Guardai in basso con rassegnazione, in un modo che probabilmente mi faceva risultare piuttosto credibile come Cristo.
“Gracel, non ripetermelo ogni volta. Conosco i miei diritti e sono a posto così. Vai in pace.”
Scosse la testa facendo tintinnare i grossi orecchini d’argento vissuto che comprava in qualche negozietto etnico per cifre esorbitanti.
Mi voltai. “Gibson, vale anche per te. Prenditi una pausa.”
La punta delle sue orecchie assunse una sfumatura color porpora che lo rendeva ancora più carino. Ogni tanto mi veniva voglia di pizzicargli il sedere, per quanto era tenero e appetibile. Ma nella mia attuale condizione, l’impresa si faceva piuttosto ardua.
Quando tutti se ne furono andati per la pausa pranzo ed io inizia a rimpiangere i resti del mio panino nell’immondizia, restai solo con Ziliacus, esperienza raccapricciante che mi toccava sopportare prima di ogni apertura. Fortunatamente, lontano da orecchi indiscreti, l’idiota di famiglia smetteva i panni del finto artista francofono per rivestire quelli dell’individuo banale qual era, con tanto di accento da “pura Virginia occidentale”.
“Bene, Abel, questa è forse la tappa più importante del nostro percorso artistico” – Avevo forse sentito dire nostro? Probabilmente la fame mi dava alla testa o mi trovavo di fronte a un clamoroso caso di plurale maiestatis inconsapevole. – “Quindi oggi vorrei che dessi il meglio di te. Non che stia cercando di lamentarmi, ma le tue ultime prestazioni mi sono sembrate un po’, uhm, calanti, ecco, diciamo così.”
L’unica prestazione che mi sembrava corretto definire calante – e ne avevo le fonti – era quella sessuale di Ziliacus, il cui membro probabilmente non funzionava più da tempi immemori e per cui l’uso dell’aggettivo crescente era ben lungi dal poter essere utilizzato. Ma mi trattenni dal farglielo presente.
“Dare il meglio di me” significava, comunque, tirare fuori tutto il repertorio: corpo emaciato frutto di una dieta – non imposta – che mi portava a smozzicare qua e là qualche panino e a vuotare il frigorifero solo in preda ad attacchi famelici nel cuore della notte o assolutamente imprevisti, come quello che mi coglieva ora; pizzetto e chioma biondiccia alla Jesus Christ Superstar – per ovvie ragioni, sguardo a metà tra l’apatico e il languido, per accontentare veri devoti e donne in cerca di una scopata con l’opera d’arte del momento (di offerte del genere ne avevo ricevute così tante che, ormai, non tenevo più il conto) e, ovviamente, bocca cucita, per permettere a ciascun visitatore di leggere in me il significato più gradito.
Buttando un occhio all’orologio sulla parete di fronte, mancava sì e no un minuto all’apertura. Come da copione Ziliacus se ne sarebbe andato, ricomparendo poi saltuariamente e apparentemente per caso nella sala gremita, con le mani dietro la schiena come un cameo hitchcockiano di terza categoria.
Quella routine mi stava uccidendo. Mi balenò la folle idea di cercarmi un altro lavoro. Ma come? Forse potevo sfruttare questo momento di fama. Dopotutto, mi ero fatto un nome.
Il mio, di nome, quello vero, non mi aveva mai portato molto lontano ma, per una strana coincidenza, il suo carattere biblico-ossimorico ben si sposava con il ruolo che ora mi trovavo a interpretare. Forse non era stato di buon auspicio assumersi il peso di un fratricida marchiato a vita e della sua vittima. Ma non era stata colpa mia. Se qualcuno all’anagrafe avesse preso da parte mia madre e le avesse detto “bene signora, si faccia un bel giro, prenda un po’ d’aria e torni quando si sarà schiarita le idee”, la mia vita avrebbe preso una piega diversa. Eppure, pensai, potevo giocare la carta della sorte onomastica a mio favore. Chi sapeva dove sarei andato a finire.
Sì, c’era la remota possibilità che un nuovo lavoro mi attendesse, là fuori. Avevo solo bisogno di un pezzo di carta con le mie credenziali. E, memorizzato in qualche file del mio computer, ne avevo giusto uno.
Sul mio curriculum si leggeva: Abel Cain.
Professione: Cristo.