“Razza di Caino, striscia nel fango e muori miseramente.”
Charles Baudelaire
La conversazione con il Vendicatore si rivelò piuttosto bizzarra. Eravamo seduti su una panchina del parco a bere birra ghiacciata dalla bottiglia. Faceva caldo, ed era pieno di bambini. La gente lo guardava storto. Non si toglieva mai gli occhiali da sole.
“Allora, tu che fai nella vita?”
“Ammazzo persone.”
“Come scusa?” Glielo chiesi con gentilezza e sgomento insieme. Non ero sicuro di aver sentito bene.
“Uccido. Ma solo quelli che se lo meritano.”
Lo osservai a lungo, cercando di tradire in lui anche solo un’impercettibile traccia di sarcasmo. Non c’era.
“C’è qualcuno che se lo merita?”
Mi guardò appena o, almeno, pensai che l’avesse fatto da dietro le lenti scure.
“Sei un frocio tossicomane. Non venire a farmi la morale.”
Silenzio, ma solo per un istante.
“Ok.”
In fondo, aveva ragione lui.
“Lo vedi quello?”
Con un cenno mi indicò un ragazzo sulla trentina, giacca e cravatta – un gran bel completo, di classe – seduto su un’altra panchina non lontano da lì. Da dietro gli occhiali da intellettuale guardava i bambini giocare, mangiando caramelle gommose ricoperte di zucchero, tirate fuori da un piccolo sacchetto di carta bianco e stropicciato.
“Pedofilo.”
Deglutii così lentamente che il rumore della saliva giù per la mia gola sembrò annullare tutto il resto. Quell’individuo così banale, apparentemente rispettabile e insospettabile, covava dunque in sè quel mostruoso segreto? Era possibile che la Bestia si celasse dietro agli sguardi più riservati e innocui?
“Faccio solo un po’ di pulizia. Capisci? Mettiamola così: sono il vaccino per la piaga purulenta che infetta il mondo.”
Alzai le spalle. Non avrei giudicato io i suoi metodi poco ortodossi.
“Credi che questa sia spuntata da sola?”
Alludeva alla cicatrice.
“Al mio patrigno piaceva tanto usare i coltelli. Faceva un simpatico gioco chiamato picchia il tuo figliastro fino a fargli perdere i sensi.”
Tutt’a un tratto mi sentivo quasi un miracolato.
“E Lucifero?”
“L’ho conosciuta ad un incontro di Alcolisti Anonimi. Non per la dipendenza. Ci andavamo entrambi per trovare un po’ di compassione. Facci caso, non esiste nessun gruppo di sostegno per Anonimi Fottuti dalla Merda della Vita.”
Allora era vero. La gente ti ascolta invece di aspettare il suo turno per parlare.
“Il suo ex l’aveva violentata con una mazza da baseball. Poi l’aveva pestata a sangue. Con la stessa mazza. Se capisci cosa intendo. Quando è uscita dal coma lo ha trovato e lo ha fatto a pezzi con un’ascia, dopo averlo sfigurato con dell’acido. Da vivo, s’intende. Adesso giochiamo nella stessa squadra.”
L’orrore delle sue parole strideva con l’atmosfera rarefatta e sospesa di un quieto pomeriggio al parco, con il sole al tramonto e i bambini con faccine sorridenti sporche di sabbia.
Il Vendicatore gettò uno sguardo all’orologio. “Dovrebbe arrivare tra tre, due, uno…”
Una Harley si materializzò all’entrata del parco. Lucifero aveva un paio di Wayfarer neri e un lungo cappotto di pelle, nera. Una specie di Trinity anni ‘80.
“Ciao ragazzi.”
La guardai, vacuo.
“Gli hai raccontato la storia?”
Sorrise al Vendicatore. Lui annuì.
“Non ti preoccupare, non ti succederà nulla. Tu sei a posto. Molto più di quanto credi.”
Mi risvegliai dal torpore con un ‘grazie’ strascicato. Non riuscivo a capire se fosse una di quelle situazione da pizzicotto sul braccio per risvegliarsi.
“Ti ho portato una cosina.” Si tolse gli occhiali e mi fece l’occhiolino. Aprì il cappotto.
“AK 47″
Il Vendicatore fece un fischio di approvazione.
“Scarti dell’esercito americano in Iraq. Usato un paio di volte, praticamente vergine. Me l’ha procurato la Regina di Picche. Non chidermi come. Seriamente, non lo so. Te lo mostro giusto un attimo, ma ce lo teniamo per un’occasione importante, ok?”
“Assolutamente sì. Sei il mio angelo custode.” Quella smorfia sul volto del Vendicatore doveva essere quanto di più vicino a un sorriso avessi mai visto.
“Non sai quanto hai ragione”.
Il ragazzo delle caramelle si alzò dalla panchina diretto ai bagni. Il Vendicatore ne colse il movimento con la coda dell’occhio. (In realtà lo ipotizzai soltanto).
“Andiamo.” Rimasi seduto.
“Implica anche te. Muovi il culo.”
Ok, pensai, stiamo per divertirci. Ci incamminammo in un fruscio di pelle e rumore di anfibi con la suola rinforzata. La cosa strana era che nessuno dei bambini sembrava avvertire l’assurdità della tenuta di Blade e della sua vedova nera, in guaina di pelle nel pieno pomeriggio californiano. I cessi non erano altro che una casupola nascosta dietro a quattro cespugli e a un paio di alberi spelacchiati. Una fila di orinatoi e puzza di piscio e sperma e scritte oscene sulle pareti. Il ragazzo se ne stava in piedi, voltato di spalle. Mi fermai sulla porta. il Vendicatore gli si fece dietro.
“Ciao, figlio di puttana.”
Non ebbe neanche il tempo di voltarsi. La canna della pistola si appoggiò alla sua nuca come la bocca di un’amante su quella dell’amato. Un bacio perfetto. La pallottola gli penetrò silenziosa il cranio e una macchia rossa, uno spruzzo come quello delle armi da paint-ball, andò a schiantarsi sulla parete con un suono liquido. Il ragazzo cadde a terra con i pantaloni ancora abbassati.
“E adesso?” Chiesi, interessato a come si sarebbero sbarazzati di lui.
Fu Lucifero a rispondermi. “Adesso, tesoro, mammina porta questo stronzo a fare un giretto in un posto chiamato inceneritore.”
Sorrisi, inarcando il sopracciglio.
“Tieni d’occhio la porta.” Mi disse, mentre il Vendicatore estraeva da sotto al cappotto un paio di sacchi neri della spazzatura e un vecchio straccio. Ripulì la macchia sul muro e il sangue accumulato attorno al cadavere. Poi, aiutato da Lucifero, infilò il corpo nel sacco.
“Dove hai messo la macchina, amore?”
“E’ parcheggiata qui dietro.”
Capii perchè ci fossimo fermati così lontano dall’entrata del parco.
“Ok, aiutami a portarlo fuori.”
Uscimmo in tre trascinando il sacco della spazzatura e cercando di far sembrare quel gesto il più naturale possibile. Impresa superflua visto che nessuno avrebbe fatto caso a noi, troppo interessati com’erano tutti a farsi gli affari propri. Poi buttammo il tutto nel bagagliaio della Pontiac. Il Vendicatore e Lucifero vivevano in un loft gigantesco, in periferia, ricavato da un vecchio locale che puzzava ancora di alcolici a poco prezzo. C’erano armi ovunque, sacchi per la boxe, mitragliatrici, coltelli e bossoli sparsi sul pavimento della cucina. E poi, poco lontano da casa, una vecchia discarica con inceneritore. Il posto ideale per metter su famiglia.
“Di’ pure addio a Dominic Curtis, perchè non vedrai più la sua bella faccia in giro per la città.”
Lo guardammo bruciare finchè l’odore della carne e il fumo non mi fecero lacrimare gli occhi. Chiesi di riportarmi a casa. Fu Lucifero ad accompagnarmi. Doveva recuperare la Harley.
Sul tavolo della cucina trovai un biglietto sporco di carboncino: Vieni giù. Prima di spogliarsi l’Impiccato mi disse soltanto: “Puzzi di carne umana bruciata.” Non diceva mai nulla, dopo.
