Un pomeriggio il ragazzino mi racconta che si stava facendo una sega, e si era scordato di chiudere a chiave la porta della sua stanza. La madre adottiva doveva essere tornata a casa dal lavoro in anticipo. Entrò, lo vide e si mise a strillare. Beccato in pieno.
“Ma dai” gli faccio. “In medias res?”
“No,” dice il numero 72 “mentre mi facevo una sega.”
Il buon vecchio Chuck è tornato. Premettendo che Palahniuk è indispensabile all’umanità quanto le risorse idriche e l’aria che si respira e il suo caustico umorismo ci danneggia come il buco nell’ozono ma non per questo facciamo nulla per rattopparlo, Snuff (distribuito in Italia con il titolo Gang Bang - sforzo del tutto inutile e del tutto superfluo dei cari traduttori italiani che prendono il lettore per idiota), ultima fatica del genio maledetto di Portland, non è forse all’altezza di certi capolavori precedenti: vedi Invisible Monsters, vedi Fight Club, vedi Survivor, vedi Soffocare (aspettando con impazienza la pellicola di Clark Gregg, ovviamente), insomma, vedi qualsiasi cosa, ma la sua uscita va comunque salutata come un evento straordinario pari soltanto alla nascita di Cristo (per chi ci crede). Insomma, sono piuttosto di parte e incline a considerare l’intera produzione pahalanukiana come un immenso dono del cielo (altro che lo Zarathustra di Nietzsche), questo s’era capito. E dal momento che la mia idiosincrasia per la critica diventa ogni giorno più vicina ad una reazione da orticaria, mi limiterò a tessere spassionatamente le lodi di Chuck senza ritegno alcuno.
Partendo da un fatto di cronaca piuttosto singolare: il record stabilito dalla pornostar Annabel Chong (duecentocinquantuno rapporti sessuali con settanta uomini in dieci ore), Palahniuk costruisce la grottesca e surreale vicenda di Cassie Wright, immaginaria pornodiva, desiderosa di consacrarsi all’immortalità polverizzando qualasiasi primato precedente e impegnandosi nella più clamorosa e grandiosa gang bang che sia mai esistita: seicento uomini, reclutati dalla solerte assistente Sheila, si accoppieranno con lei nel film Terza Guerra Sessuale: La Battaglia Finale. Rumors di corridioio lasciano intuire che quella della Wright non sia semplicemente una trovata pubblicitaria per risollevare la sua carriera (e quella degli aspiranti attori che si presentano al casting) ma un espediente per donare a sè l’immortalità (nel vero senso della parola) e al leggendario figlio, concepito sul set e poi abbandonato, una vita di ricchezza. Il titolo del romanzo insinua infatti il sospetto che il record di Cassie Wright stia per trasformarsi in uno snuff movie in cui la pornostar perderà la vita (forse suicidandosi, forse per embolia vaginale), assicurando al suo erede dieci milioni di dollari della polizza sulla vita stipultata prima dell’impresa. A raccontare i dettagli di una giornata destinata a entrare nella storia sono le voci di quattro personaggi, ben distinti e caratterizzati da quelle peculiarità caricaturali e maniacali che tanto piacciono a Palahniuk.
Sheila (ma il suo vero nome sarà un altro, ben più sorprendente) è la coordinatrice del set, nonchè tuttofare personale della signora Wright: le fa la ceretta e le pianifica lo spettacolo, condividendo con lei dettagli sulla tragica morte di attori famosi, espedienti per apparire al meglio in scena e aneddoti su Messalina, imperatrice e meretrice romana a cui la performance della Chong si era ispirata. Oltre a questo, si occupa di raccogliere i vestiti degli attori in sacchetti di carta, scrivere con un pennarello indelebile il loro numero sul braccio e chiamarli a “interpretare” la loro scena (prontamente cronometrata come in una catena di montaggio) in un ordine illogico, stabilito dalle mazzette che le vengono allungate da quelli che definisce astiosamente “segaioli” (in un centinaio di diverse e fantasiose varianti). Tra questi aspiranti John Holmes, solo tre sono le voci narranti della vicenda, dal cui punto di vista sono svelati misteri e perversioni, mentre gli occhi di tutti restano incollati sui film a luci rosse di Cassie trasmessi sugli schermi della sala d’aspetto: numero 600, numero 137 e numero 72.
Numero 600 è Branch Bacardi (al secolo Irwin), vecchio attore porno consumato dalla chirurgia plastica, dalle lampade abbronzanti e dal rasoio che si passa ossessivamente sul corpo alla ricerca di una peluria inesistente. Partner di Cassie nel suo primo – inconsapevole – film hard (Orizzonti di Foia), Bacardi è anche l’unico sospettato per la paternità del figlio esposto dalla dea del sesso: porta infatti al collo il suo ciondolo d’oro, un monile a forma di cuore che contiene due elementi chiave per svelare il mistero che sta alla base della storia.
Numero 137, al secolo Dan Banyan, è un ex attore televisivo, famoso nella parte di investigatore-seduttore, caduto in disgrazia dopo la scoperta di un film porno (uno snuff movie gay) girato per soldi. Affetto da un principio di alopecia nonchè accecato da un’overdose di viagra, Dan si accompagna ad un cane di pezza (Mister Totò, con un richiamo al Mago di Oz) pieno di autografi falsi di donne famose e non lesina dettagli sul suo passato e sul suo status di oklahomosessuale, a riprova del fatto che, tanto per cambiare, Palahniuk riesce a ironizzare con spietata e sottile perfidia anche sui clichè della sua stessa “categoria” (vedi il personaggio di Manus in Invisible Monsters).
Numero 72, infine, al secolo Darin Johnson, è un ragazzino poco più che diociottenne convinto di essere il figlio di Cassie. Aggirandosi con un mazzo di rose bianche appassite, numero 72 è convinto di poter redimere la presunta madre e salvarla da una vita di corruzione. I suoi genitori adottivi sono due ipocriti moralisti che lo cacciano di casa dopo averlo sorpreso con una bambola gonfiabile ma che in segreto coltivano passioni tutt’altro che rispettabili. La madre si dedica alla preparazione di dolci a forma di organi genitali (“Apri il frigo e dentro ci trovi teglie di grandi labbra, avanzi di cosce o chiappe, manco fosse la cucina di Jeffrey Dahmer”) mentre il padre costruisce modellini in miniatura (vaghe rimembranze di Ninna Nanna) dei bassifondi della città, con tanto di tossici, prostitute e gangsters, sulle cui abitudini istruisce il figliastro.
I racconti dei tre e di Shiela, l’assistente con la forfora (danno collaterale dello shampoo “I cento colpi” venduto da Cassie) e le mani coperte da due strati di guanti, si muovono in un grottesco campionario di umanità, impregnato di odore di piscio, patatine al formaggio e snack da festa di compleanno, in uno stanzone unto di corpi sudati e spray abbronzante, piedi nudi che si appiccicano al pavimento e uomini che protestano chiedendo il proprio turno. Scorrendo le pagine il mistero sembra svelarsi a poco a poco, culminando in un finale che è in puro stile Palahniuk. Sboccato e a tratti rivoltante, il racconto procede imperterrito nei meandri del sesso esplicitamente spinto, descritto senza peli sulla lingua, in un ritmo incalzante e spudorato che fa sembrare Soffocare un libricino per monachelle. Ma noi lo amiamo per questo. Che gusto c’è nell’affogare nella lettura se ci si deve censurare? E in tutta sincerità non posso capire chi storce il naso considerandola letteratura-spazzatura.
Gridiamo al genio davanti a Irvine Welsh che ci descrive in tutto il suo nauseante realismo un cesso pubblico di Edimburgo e santifichiamo Bret Easton Ellis quando ci sbatte in faccia le più abominevoli perversioni della mente umana senza un briciolo di compassione, o scene di accoppiamento animalesco a tre con descrizioni che avrebbero portato la Santa Inquisizione a urlare al deomonio incarnato. E allora ben venga Palahniuk che non si è fermato a un romanzo di culto sulla X-generation trincerandosi dietro ai diritti d’autore per il resto della sua vita ma ha continuato e continua a provocare con lo stesso spirito clownesco di sempre, spingendo la scrittura verso limiti estremi e orizzonti inesplorati che in Italia possiamo anche sognarci (ma Ammaniti no, lui lo salviamo), solleticando gli istinti più pruriginosi del lettore che non si scandalizza di fronte alle sue pagine e non fa il puritano citando gli alti esempi della letteratura mondiale di fronte ai quali coi libri di Palahniuk dovremmo fare rotoli di carta igienica.
Io mi inchino a Chuck Palahniuk. Se esistesse un dio sarebbe lui. O Tarantino, ancora non mi sono decisa. Mi inchino alla sua straordinaria abilità nello sviscerare il peggio della realtà, sbattendoti in faccia i dettagli più assurdi, improbabili e disgustosi, gli scenari apocalittici, i personaggi più deviati, rendendoli eroi, rendendoli leggenda. Uno scrittore le cui frasi sono citazioni di culto più dei suoi stessi romanzi, uno scrittore capace di cogliere con lucida e perfetta puntualità i concetti chiave di ciò che rappresenta l’umanità nella sua forma più abbietta e stereotipata.
Al diavolo le faccende domestiche, per noi la priorità assoluta è sempre stata in mezzo alle gambe.
Spero che continuino a esistere persone che snobbano Palahniuk e vorrebbero vedere i suoi libri al rogo. Non sanno cosa si perdono. E tanto meglio per chi lo ama. Potrà apprezzarne ogni parola come fosse una verità destinata a pochi.