“Come nostri potenziali massimi capi,” legge, dice da carta guardia esecutiva, “obbligo di apre vostro cranio a stimata saggezza offerta da Lenin, Mao, Peròn.”Voce di guardia fa più forte, dice: “Obbligo di fa cranio cavo a scopo accoglie riverito esempio di Hitler, Stalin e Trockij.” Da mattino di oggi, tutti presenti diventa prole adottata di Stato. Governo alleva verso gloriosa età adulta. “Oltre oggi” dice guardia esecutiva “mai più soli dentro vostra mente.” Tutti pensiero futuro solo diventa eco di insegnamento di Stato. Illuminata istruzione ideologica.
L’agente numero 67 (presto ribattezzato Pigmeo dai suoi razzisti “concittadini”), tredicenne proveniente da una non specificata nazione a regime totalitario, che istruisce i suoi sudditi, fin da giovanissimi, all’odio verso gli Stati Uniti, approda in una cittadina del Midwest, ospite di una normalissima e religiosissima (e parliamo di cristianesimo, of course) famiglia americana di quattro membri: padre vasta vacca, madre gallina con scatti di faccia, fratello cane maiale e sorella gatto furbo, così definiti nell’approssimativo linguaggio del protagonista. Scopo di Pygmy (nella versione originale) è quello di infiltrarsi nella corrotta e consumistica società a stelle e strisce, seminando morte grazie ad un progetto terroristico denominato, non a caso, Operazione Caos. Ad aiutarlo sarà un manipolo di agenti operativi perfettamente addestrati, spediti nella stessa città sotto la copertura di un sedicente progetto di scambio interculturale e incaricati di fecondare con il proprio seme il più alto numero di donne/vipere americane. Nonostante la propaganda antiamericana e il disprezzo siano ormai parte quasi integrante del suo corredo genetico (motivate soprattutto da un drammatico episodio d’infanzia) Pigmeo troverà in quella società corrotta che lo disgusta profondamente, un motivo per cambiare vita, conquistando un’umanità che il lavaggio del cervello e il rigido addestramento militare sembravano aver cancellato per sempre.
Decimo romanzo di Chuck Palaniuk (di questo passo inizierà a pubblicarne due all’anno), Pygmy si presenta come la sua opera più sperimentale, soprattutto sul piano formale. Dopo la biografia orale di Buster “Rant” Casey, Palahniuk infrange la barriera del linguaggio, portando in scena un personaggio che esibisce l’eloquio totalmente sgrammaticato e a tratti incomprensibile dello straniero che si cimenta in un’altra lingua. La narrazione, rigorosamente in prima persona (non è mai stato diversamente per lo scrittore di Portland) procede tra presente e passato (la rievocazione degli episodi più sanguinosi e drammatici della formazione “giovanile”), filtrata attraverso lo sguardo critico e severo di un bambino che ragiona come un adulto perfettamente programmato e registra la realtà in modo scientifico e inappuntabile. I sentimenti non esistono e se esistono (non a caso Palahniuk definisce il romanzo una “commedia romantica”: il sottotesto amoroso, per quanto assurdo, c’è) sono comunicati in modo freddo e chirurgico. Ogni evento è chiosato con citazioni più o meno condivisibili che mescolano la retorica nazi-fascista di Hitler e Mussolini con quella comunista di Mao e Stalin, la filosofia di Nietzsche con la narrativa di D.H.Lawrence e Wilde, senza logica apparente: assassini e pacifisti finiscono sullo stesso piano e il pensiero di Idi Amin Dada ha lo stesso valore di quello di Malcom X.
Se per l’autore Pygmy è inanzitutto una commedia d’amore, per il lettore è soprattutto una black-comedy surreale: Palahniuk firma l’ennesima satira sul proprio Paese, prendendo di mira tutti gli stravizi dei suoi connazionali ed enfatizzando i più comuni stereotipi: obesità, criminalità giovanile, razzismo, stupidità, consumismo, conformismo, comunicazione di massa e capitalismo. Le famiglie sono tutte rigorosamente inappuntabili e moralmente ineccepibili, ma solo in apparenza, le madri fanno un uso smodato di vibratori, ai padri piacciono i porno, i figli sono dediti fin da tenera età ad attività illecite e non si fanno scrupoli a narcotizzare i genitori per agire indisturbati, pedofilia e omosessualità latente dilagano (centrali i personaggi del bullo sessualmente confuso Trevor Stonefield e del prete- diavolo Tony) e ogni cittadino ha uno scheletro nell’armadio. Dal canto suo, però, Pigmeo non è in grado di offrire un modello alternativo di pensiero positivo: la sua educazione all’insegna del terrorismo, della violenza e dell’azzeramento dei sentimenti, è lo specchio di un sistema dittatoriale ugualmente malato, che si augura di sostituire la piaga dell’american way of life con un modello altrettanto (se non più) disturbante. Per quanto Palahniuk possa prendere deliberatamente per i fondelli quella stessa società che lo ha nutrito (di cibo e di miti) e che, in misura diversa, si è sempre preoccupato di raccontare (la generazione X di Fight Club, il mito della bellezza corrotta in Invisible Monsters, l’ottusa fede in una religione artificiale in Survivor e via discorrendo), alla fine anche la patria di tutti i dis-valori diventa un nido in cui mettere radici, cercare e trovare affetti, dimenticare il passato.
Lo stile di Palahniuk è ormai marchio di fabbrica: all’iterazione, ai rimandi intertestuali (si trovano numerose affinità con altre opere precedenti) e al citazionismo si affianca il consueto finale paradossale, perfetto coronamento di una storia grottesca e surreale, all’insegna del non-sense. Di certo non il suo romanzo più riuscito, senza dubbio il più ostico (sfida in rete su quanti siano riusciti a superare la cinquantina di pagine): ad eccezione di Rabbia, la carica esplosiva della satira palahniukiana sembra aver iniziato la sua parabola discendente già a partire da Diary nel 2003. Ma (perchè qui la congiunzione avversativa è d’obbligo) Palahniuk si ama o si odia alla follia, come una sorta di Quentin Tarantino della letteratura: qualunque cosa scriva, lo si amerà sempre, anche quando è palesemente lontana dai capolavori del passato.