“Oh in nome di Dio perchè diavolo ti stai comportando come un Orazio Coclite e in nome di Dio su chi stai cercando di fare colpo? Credi di essere in un film o in uno sceneggiato televisivo davanti a un pubblico che ti deve promuovere per il tuo coraggio? Puoi fare come vuole lei o resistere. Se resisti muori, dopo di che lei brucia lo stesso il manoscritto. Dunque cosa preferisci, startene qui a soffrire per un libro che venderà la metà delle copie del più scadente romanzo della serie di Misery che tu abbia mai scritto e sul quale Peter Prescott defecherà il suo educatissimo e sofisticato disprezzo quando lo recensirà per quel riconosciuto oracolo letterario che è Newsweek? E usa il cervello! Persino Galieleo ritrattò quando capì che stavano facendo sul serio.”
Paul Sheldon è un affermato scrittore. Autore di una serie di romanzetti di successo ambientati nel diciannovesimo secolo, con protagonista l’eroina di casalinghe e vecchie zitelle: Misery Chastain, Paul ha appena concluso l’ultimo capitolo dell’ormai odiata saga che, iniziata quasi per gioco, lo ha costretto, suo malgrado, ad essere declassato dalla critica all’infausto ruolo di “scrittore popolare” (un gradino sopra lo scribacchino), tarpando le ali a quello che egli stesso definisce “il suo lavoro serio”. Con Il Figlio di Misery, Paul Sheldon riesce finalmente ad “uccidere” Misery, liberandosi dell’odiosa protagonista una volta per tutte e inaugurando una serena carriera di autore impegnato con il romanzo Bolidi, sulla drammatica vicenda di un ragazzo di periferia. Per festeggiare l’evento, Paul compie il solito rituale: ritirarsi in un hotel a Boulder, Colorado, e brindare con una bottiglia di Dom Perignon. Complice l’ebbrezza dello champagne e una tempesta di neve che lo colpisce mentre è sulle impervie strade innevate con la sua Camaro, lo scrittore è vittima di un gravissimo incidente che gli causa numerose lesioni. A salvarlo – se questo è il termine più adatto – sarà Annie Wilkes, robusta ex-infermiera che vive isolata tra i boschi in una fattoria dimenticata dal mondo.
Instabile e con un oscuro passato, Annie si presenterà a Paul come “la sua fan numero uno” e per lo scrittore sarà l’inizio di un inferno senza pari. La donna, infatti, tiene Paul in ostaggio, segregato in casa come un “raro uccello africano”, sottoponendolo ad ogni genere di tortura psicologica e sevizia fisica sull’onda della pazzia bipolare che la porta ad affiancare momenti di insensata allegria a momenti di smarrimento e lucida follia. In balia degli umori della sua carceriera, anche la tempra di Paul va via via scemando, rendendo l’uomo un fantoccio inerme, assuefatto al farmaco che Annie gli propina, il Novril (un farmaco tra l’altro inventato da King) e sottoposto a un dolore così mostruoso e a un terrore così vivido, che qualsiasi possibilità di resistenza gli appare quanto mai vana. L’orrore dell’isolamento raggiunge livelli estremi quando Annie apprende con sgomento la morte della sua eroina prediletta, tanto amata da averne dato il nome alla sua scrofa. Presa da un furore incontrollabile, la donna costringe Paul – dopo avergli fatto bruciare, con somma disperazione, l’unico manoscritto di Bolidi esistente – a scrivere per lei, e solo per lei, l’ultimo, strepitoso romanzo della serie Misery: Il Ritorno di Misery, in cui la protagonista tornerà in vita. A libro terminato, ucciderà Paul.
Inizia così uno spietato gioco del gatto e il topo. Ma se Paul non è in grado di gestire le emozioni contrastanti che suscita in Annie con le sue provocazioni e i suoi giochetti mentali, la sua carnefice è invece abilissima nel non farsi ingannare e, al contrario, nel rendere Paul totalmente succube della sua presenza, da fargli maturare, in alcuni casi, un atteggiamento da Sindrome di Stoccolma (“Avanti. Coraggio, guastati. Finitò comunque. Se vorrà trovarmi una sostituta, la ringrazierò di cuore, ma se non lo farà, finirò comunque sul mio blocco per gli appunti. L’unica cosa che non farò sarà gridare. Non griderò. Non. Griderò.“). Nonostante la forza di volontà di Paul, i suoi tentativi di farsi gioco di Annie sono totalmente inutili, anzi, non fanno altro che provocare terrificanti conseguenze: punizioni corporali, aberranti umiliazioni (la Wilkes costringerà lo scrittore a bere acqua di risciacquo per i pavimenti e Paul sarà ossessionato dal verbo risciaquare per il resto dei suoi giorni), mutilazioni descritte con sadica ed espressionistica dovizia di particolari, minacce e privazioni (infuriata lo abbandonerà in casa, costretto a letto senza medicine, per cinquantuno ore, portandolo sul baratro della follia). Ma i segreti di Annie, racchiusi nel suo libro delle memorie, il Viale delle Rimembranze, vengono presto a galla e con essi anche i sospetti che la polizia nutre su di lei in merito alla scomparsa del noto scrittore. Poichè gli unici strumenti di sopravvivenza rimasti a disposizione di Paul – dopo la vanificazione dei pochi aiuti umani possibili (la fine del povero poliziotto venuto a cercarlo è uno dei capitoli più impressionanti del romanzo) – sono la sua mente e il suo libro, nel quale si butta con la furia di un assetato davanti a un bicchiere d’acqua, lo scrittore non ha nessuna intenzione di lasciare ad Annie l’ultima parola. Se dovrà venire la fine, che sia allora l’occasione per torturare e infliggere una morte esemplare alla sua carceriera. Cosa che, puntualmente, si rivelerà in tutta la sua crudezza in quella che è la scena senza dubbio più gratificante dell’intero romanzo.
Misery non è soltanto un thriller incalzante e perfettamente costruito, che gioca con l’orrore nella sua forma più sconvolgente e compiuta, assolutamente pura e fine a se stessa, basandosi su un semplice principio di sottomissione e sopraffazione, sulla dialettica della vittima e del carnefice rinchiusi in una cella d’isolamento al di fuori del mondo, un limbo terrificante dove tutto è possibile e la follia si incrocia con la presunta normalità di un uomo che uscirà dall’esperienza così devastato da non riconoscere più il concetto di sanità mentale per il resto della sua esistenza. Misery è anche un’attenta riflessione sulla scrittura e sul mestiere dello scrittore, presupposto che porta a considerare l’ipotesi che Paul Sheldon non sia altro che un alter ego dello stesso Stephen King, e il romanzo uno spassionato racconto autobiografico delle recondite paure dell’autore. King fornisce accurate spiegazioni sulle tecniche e le scaramanzie della composizione di un libro, rivelate per bocca di Paul all’apparentemente ingenua Annie, che incarna ora l’ammiratrice adorante, ora la critica spietata e insoddisfatta. Le pagine de Il Ritorno di Misery si incrociano con quelle del romanzo vero e proprio, e la sua trama si sovrappone con l’esperienza da incubo di Paul, in un intrico di narratori, autori e io narranti che sembra voler portare il lettore in un labirinto da cui non saprà più uscire. Lo scrittore trova nell’isolamento la condizione ideale per rivalutare in tutta la sua potenza l’effetto placebo del suo “mestiere” (parola detestata da Annie, che le preferisce “talento”, meglio se “fornito dal buon Dio”) e buttarsi su di esso come su una droga irrinunciabile. Il romanzo di Stephen King, giudicato il suo lavoro più maturo e brillante, si trasforma così in un angosciante ritratto dell’orrore, passando attraverso tutte le sue forme, ma anche in un intelligente esperimento metaletterario che mette a nudo, per mezzo dei pensieri Paul Sheldon, le riflessioni di King, quasi aprendo il cranio dello scrittore e portando alla luce le considerazioni nascoste.
Per completare il viaggio terrificante inaugurato da Stephen King, Rob Reiner ha ricavato dal romanzo una pellicola piuttosto fedele: Misery Non Deve Morire (1990), un thriller che bypassa la riflessione sulla scrittura ma che si concentra egregiamente sulla relazione tra ostaggio e carceriera, con una straordinaria interpretazione di Kathy Bates (Miglior Attrice Protagonista agli Oscar del ‘91) nei panni di Annie Wilkes e James Caan in quelli di Paul Sheldon.