“Tutto era nero. I morti due volte giacevano in posizione fetale con i gomiti contro il corpo e i pugni alzati, sembrava stessero tirando di boxe con il buio. L’odore che si alzava dalla massa era soffocante e Flora si portò la mano sulla bocca e sul naso. Poco fa stavano ballando. Il suo essere si riempì del contrario della paura stupita che aveva provato davanti alla danza dei morti viventi: una tristezza profonda. Una tristezza che abbracciava tutta l’umanità e il suo passaggio sulla terra. E lo stesso pensiero che l’aveva colpita tornò. In una luce completamente diversa. E’ così che stanno le cose.”
Stoccolma è soffocata da un caldo torrido che non lascia tregua ai suoi abitanti ma è nella sera del 13 agosto che il campo di elettricità che copre la città da giorni si intensifica al punto da far desiderare la morte ai cittadini sfiniti dall’emicrania. Inaspettatamente, l’insopportabile sensazione di stanchezza e il dolore scompaiono nello stesso identico istante in tutta la città. E i morti da non più di due mesi si risvegliano. Confusi e disorientati, gli zombie vogliono soltanto ritornare a casa e riprendere la stessa routine che avevano da poco abbandonato. Il governo si interroga su come far fronte ad un evento tanto straordinario, mentre gli scienzati si chiedono come un fenomeno così miracoloso abbia potuto verificarsi. Ma che cosa ne pensano i parenti dei morti due volte?
John Ajvide Linqvist è riuscito, con due soli romanzi, a garantirsi il meritatissimo appellativo di “Stephen King svedese”. La sua prosa, essenziale e vivida, è in grado di trasportare nel paranormale anche il lettore più restio a credervi. Se in Lasciami Entrare i palpiti di un primo amore infantile si percepivano come propri, così come la certezza di trovarsi di fronte ad una realtà altra, dove i vampiri si nascondono tra la gente – consapevoli o meno della propria colpevolezza – ma la crudeltà è anche e soprattutto umana, in L’Estate dei Morti Viventi Lindqvist rende tangibile il senso del morire, in ogni sua sfaccettatura. E’ stupefacente come uno scrittore tanto lontano dal mondo che descrive (un autore comico che si cimenta egregiamente nel genere horror) riesca a fornire una percezione incredibilmente realistica di che cosa significhi la morte, per chi ne è vittima e per chi è costretto ad osservarla dall’esterno.
David, comico innamorato della moglie alla follia (ed è difficile non vedere in lui un alter ego in cui l’autore riversa le proprie paure), non riesce a capacitarsi di aver perso Eva per poi vederla rinascere davanti ai suoi occhi, vuota come una macchina. L’anziana Elvy non ha nessun interesse nel ritrovare il marito ma legge nel risveglio dei morti l’annuncio dell’Apocalisse. L’ex-cronista Mahler profana una tomba pur di riportare alla luce l’adorato nipotino. Ognuno legge nell’evento il significato che più lo conforta: un segno di Dio, una seconda possibilità di essere felici. Ma l’orrore è comunque in agguato: i morti viventi scatenano negli esseri viventi una telepatia impossibile da controllare, l’odio, la rabbia, il disprezzo, filtrano attraverso le menti e il rifiuto dell’altro scatena nei morti una furia cieca e distruttiva. Le larve, gonfie d’afflato vitale, escono dai corpi così come vi sono entrate e la morte, il Pescatore, con i suoi ami ricurvi artiglia le non-vite di chi vi si aggrappa disperatamente per non tornare di là. E sarà troppo tardi anche per chi aveva ormai intuito il significato ultraterreno dell’avvenimento. Non si potrà fare altro che dire di nuovo addio ai propri cari e lasciarli andare, questa volta per sempre.