“Penso che normalmente gli assassini fanno scorrere il sangue delle loro vittime, mentre io, senza versare una goccia di quello della mia vittima, l’ho uccisa per porre fine alla sua emorragia, per restituirla alla sua immortalità originaria. Un paradosso del genere mi fa ridere“.
A Prétextat Tach, ottuagenario premio Nobel per la letteratura, restano solo due mesi di vita. La spietata sindrome di Elzenveirplatz, volgarmente detta “cancro delle cartilagini”, lo sta consumando e, sepolto vivo nell’angusto e soffocante mausoleo che è il suo appartamento, il grande genio, il “titano”, non scrive più un rigo da ventiquattro anni. Consapevole dell’imminente dipartita, Tach concede al detestato assistente Gravelin di fissargli alcune interviste esclusive con un gruppo di giornalisti selezionati, mentre fuori, nel mondo reale, la Guerra del Golfo sta per scoppiare da un momento all’altro.
Obeso, imberbe, disgustoso, costretto su una sedia a rotelle, lo scrittore inizia ad accogliere i primi malcapitati. Ma le armi dei giornalisti non riescono ad affondare il cinico prosatore e l’intervista si trasforma in un martirio per i quattro interlocutori che si avventurano nel territorio di Tach senza esserne preparati, costretti a soccombere di fronte al sadico gioco del genio, un misto di eloquio e spietata crudeltà, condotto, ovviamente, secondo le sue regole. Sarà solo la quinta candidata, una donna (genere a tal punto inviso a Tach da auspicarne lo sterminio), a far capitolare lo scrittore, portando a galla vecchi demoni e costringendo il titano a strisciare (letteralmente) ai suoi piedi, estorcendogli le più insospettabili confessioni.
Opera prima dell’autrice franco-nippo-belga Amélie Nothomb, Igiene dell’assassino è un romanzo logocentrico, in cui gli interventi della voce narrante sono ridotti al minimo per lasciare spazio al dialogo, al confronto-scontro tra interlocutori che si danno battaglia sul campo della dialettica e dell’eloquenza, di cui Tach è indiscusso maestro. La parola è tutto e, in quanto tale, viene dissezionata, studiata, giudicata nei minimi dettagli. Non c’è spazio per la banalità, le frasi da “manuale di sociologia”, la psicanalisi spicciola o i luoghi comuni. Di fronte a Prétextat Tach vale solo la parola perfetta, la sua. Tach odia la metafora e la malafede, così come odia la pochezza culturale di quei giovanotti che schiaccia senza fatica e senza pietà sia intellettualmente che psicologicamente. Misogino, misantropo, al di sopra di ogni etica e di ogni insulto, Tach incarna il peggior stereotipo dello Scrittore: il demiurgo che crede di possedere il Verbo e si erge, altezzoso e sprezzante, al di sopra delle masse e dei suoi stessi colleghi (salva Cèline e Hugo ma distrugge Sartre e Kant), risultando a tal punto odioso da suscitare nel lettore lo stesso desiderio di vendetta che si finisce col provare di fronte al peggiore degli assassini, nella realtà della cronaca quanto nella finzione letteraria.
La Nothomb mescola le dinamiche sado-masochistiche della relazione vittima-carnefice (basti considerare le ultime pagine del romanzo) con quelle della scrittura, in modo non troppo distante dal modello kingiano di Misery. Con l’unica differenza che il suo carnefice è lo scrittore e che la Sindrome di Stoccolma è relegata all’ambito del puro scontro verbale e non della prigionia reale, anche se la tortura psicologica è pressochè identica. E mentre Paul Sheldon è il chiaro alter-ego di Stephen King non si può certo dire lo stesso di Tach, di fronte al quale qualsiasi scrittore con un po’ di buon senso prenderebbe le distanze, consapevole di aver creato la propria nemesi. Eppure la riflessione di Tach sulla scrittura (e sulla lettura), per quanto impregnata dell’odio più feroce, trova un riscontro nella realtà: “In fondo la gente non legge; o, se legge, non comprende; o, se comprende, dimentica“.
Il lettore è un animale raro, tanto più raro se in grado di comprendere veramente ciò che legge e, nel caso contrario e più frequente, un animale e basta, per il quale la lettura è un semplice processo di decodificazione alfabetica senza senso. Di fronte a un tale esemplare, lo scrittore è maestoso e immenso nella sua capacità di creare dal nulla, con quegli strumenti indispensabili che per Tach sono “i coglioni, il cazzo, le labbra, l’orecchio e la mano”, dal momento che la scrittura non è cercare di comunicare, ma di godere (“Non è inquietante che si utilizzi sempre lo stesso strumento, per la scrittura e la masturbazione: la mano?“). La Nothomb conduce così una cinica e acuta analisi dei meccanismi della parola e della scrittura (“La scrittura comincia là dove si ferma la parola, ed è un grande mistero il passaggio dall’indicibile al dicibile. La parola e lo scritto si danno il cambio e non combaciano mai“), facendola filtrare attraverso un personaggio che è l’emblema del disgusto e della nausea (l’ossessione di Tach per il cibo si conduce sul filo dell’ingordigia più rivoltante) e porta in sè il germe di una follia che si esplica in tutta la sua virulenza nell’ultimo colloquio con Nina, la “stupida ochetta” che lo porterà alla morte.
Andando oltre i confini della finzione letteraria e sconfinando nel territorio dell’umanamente impossibile, l’intervista della donna porta alla luce un passato edenico e terrificante, vissuto alla ricerca (e alla scoperta) del segreto per la vita eterna, o meglio, dell’infanzia eterna, che si conclude con il sangue e con una morte senza sangue, purificata dall’acqua (e dal fuoco, sebbene Tach detesti questo banale dualismo da pennivendoli in erba). Igiene dell’assassino, quindi, come modello di vita, come titolo di un romanzo vero e di uno presunto, in un mondo letterario e metafisico dove tutto si mescola e si gioca sul labile confine tra verità e finzione, invenzione e realtà e dove, alla fine, tutto si riduce ad un circolo vizioso. Una donna innocente diventa avatar di un uomo immondo e attraverso le mani (come strumento di godimento e di morte) il potere distruttivo dell’uno passa all’altra. Lasciando aperta la possibilità che lo stesso modello di ideologia malata possa perpetuarsi nel tempo.