«Svegliati! Svegliati, cazzo!»
Cristiano Zena aprì la bocca e si aggrappò al materasso come se sotto ai piedi gli si fosse spalancata una voragine.
Una mano gli strinse la gola. «Svegliati! Lo sai che devi dormire con un occhio solo. È nel sonno che t’inculano.»
Si apre così, l’ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti. Come una secchiata d’acqua fredda dritta in faccia. Si apre su una notte gelida, in una casa fatiscente avvolta dalla neve in una landa deserta di qualche sperduto paesino del Nord Italia. Rino e Cristiano Zena sono una famiglia, atipica e disfunzionale, un padre e un figlio legati da un amore indissolubile e totale, un amore che è anche possesso: possedere l’altro ed esserne posseduti. Un legame che, se mai venisse reciso, li porterebbe entrambi alla morte. Non è un amore facile, un rapporto idilliaco e spensierato, è quel genere di amore distruttivo che si basa sul sentimento viscerale e animalesco e sulla violenza di un padre che non vuole perdere il figlio, un padre rabbioso, manesco, un nazista alcolizzato e incazzato con il mondo, con chi non gli dà lavoro, con gli assistenti sociali che gli stanno addosso, con le pretese borghesi di chi si arricchisce sulle spalle dei lavoratori spiantati. Rino Zena non è un padre modello, è un bestione pelato, con gli anfibi sporchi di vernice e una birra costantemente in mano, trentasei anni e un figlio avuto troppo presto da una donna che non voleva rovinarsi la vita, un uomo con la rabbia dentro, cieca e frustrante come i continui malditesta, un uomo che non esita a chiedere al figlio tredicenne di uscire in piena notte, sfidando il gelo, per sparare al cane di un vicino. Cristiano Zena è un figlio devoto, non di quella devozione spirituale che non ti lascia vedere i difetti di chi ami, ma di una devozione assoluta e rabbiosa, ribelle e scontrosa, che asseconda il volere del padre per evitarne la rabbia o conquistarne il rispetto. E’ un ragazzino cresciuto troppo in fretta, Cristiano, come se fosse diventato adulto tutto in un colpo, per tenere sotto controllo un genitore senza controllo che sa ripagarlo, a volte, con un sentimento unico. Un ragazzino chiuso, che mette su l’aria da duro anche quando l’istinto di sopravvivenza dovrebbe renderlo docile e che odia e disprezza tutto e tutti, come se avesse fatto propri gli ideali razzisti e cinici del padre.
Ci sono solo due persone, a Varranno, piccolo centro moderno nel bel mezzo di un nulla desolato, tra ponti futuristici, enormi centri commerciali e campagna brulla a perdita d’occhio, che gli Zena considerano “amici”: Danilo Aprea, a cui la morte della figlia e la separazione dalla moglie hanno tolto la gioia di vivere e Corrado Rumitz, detto Quattro Formaggi per un’insana passione per la pizza ai quattro formaggi con cui si era nutrito per gran parte dei suoi trentotto anni, lo scemo del villaggio, una creatura apparentemente pacifica a cui un incidente ha rovinato la vita, riempiendolo di tic e strane manie, come quella di guardare senza sosta una cassetta porno trovata per caso, maturando un’ossessione erotica per la protagonista: Ramona e quella di raccogliere giocattoli e pupazzetti ai giardini pubblici per costruire in gran segreto, nella sua inespugnabile dimora, un gigantesco presepe il cui significato mistico non troverà mai compimento.
Per dare una svolta alle loro apatiche esistenze, Danilo propone agli amici un colpo facile e sicuro al Bancomat del paese. Sembrerebbe il centro portante dell’intera narrazione ma, complici un temporale senza precedenti, tra fulmini e piogge torrenziali, e Quel Pomeriggio di Un Giorno da Cani alla tv, la notte tra domenica e lunedì segnerà un cambiamento irrevocabile nella vita di ciascuno. Nel fitto della vegetazione del bosco di San Rocco, vicino a una cabina dell’Enel, si mescoleranno i destini di vecchi e nuovi personaggi. Tra loro: Beppe Trecca, l’assistente sociale degli Zena, autore di un adulterio ardentemente voluto e testimone di un miracolo alla Lazzaro che ne sconvolgerà la grigia e piatta esistenza tirandone fuori il coraggio, e Fabiana Ponticelli, compagna di scuola di Cristiano, bella e apparentemente ribelle, vittima di un orrore senza fine descritto magistralmente da Ammaniti, amante dei dettagli più grotteschi e disgustosi, delle similitudini ardite e macabre, dei paesaggi e delle vite squallide, dell’orrido nella sua forma più viscida e sanguinosa, scrittore che tratta le parole come carne cruda e finisce col suscitare nel lettore una forma di repulsione che fa venir voglia di chiudere il libro per un attimo e andare a vomitare.
Nella profondità di un bosco da favola nera, con alberi che si richiudono come a voler intrappolare qualsiasi essere umano li violi, si consuma una sequenza da brivido, che lascia assaporare lentamente ogni attimo di disperazione della vittima e ogni sprazzo di insana follia del carnefice, inconsapevole di rigettare fuori di sè le più cupe e incontrollate pulsioni. L’elemento costante che percorre le vicende di quella notte ma anche dei giorni precedenti e successivi ad essa, è un isolito legame tra ciascun personaggio e Dio. E’ come se le vite di ognuno fossero in qualche modo inscritte in un progetto più grande e inconcepibile. Il male sprigiona come pus da una piaga infetta e non c’è modo di comprendere perchè un essere meschino (la cui pazzia non può giustificarne le azioni), odioso come pochi personaggi sanno essere, riesca comunque a farla franca e debba darsi la fine da sè, perchè non c’è niente e nessuno in grado di farlo; mentre creature innocenti debbano vivere l’orrore della morte, del sospetto, della malattia, e rovinarsi per sempre la vita senza averne colpe. E mentre le azioni di ciascuno si susseguono in bilico tra peccato e redenzione, c’è chi alza lo sguardo al cielo e invoca Dio, senza risposta. Perchè è Lui che comanda, e non si può far altro che obbedirgli.
“Dio vedendo tutto ciò avrebbe dovuto urlare dall’alto dei cieli così forte da renderci tutti sordi, avrebbe dovuto oscurare il giorno, avrebbre dovuto… E invece non ha fatto niente. I giorni passano e non succede niente. Il sole sorge e tramonta e un assassino infame si nasconde tra noi.”
E nella tragedia di fondo, si apre la tragedia di Cristiano, il ragazzino grande che si deve accollare le responsabilità di un mondo troppo pesante da sostenere tutto in una volta, di un dolore talmente lancinante che è meglio azzerarlo piuttosto che viverlo.
“Ti toglie tutto. Tutto… sospirò Cristiano Zena e le gambe non lo sostennero più e si accasciò a terra e di fronte allo schermo del televisore spalancò la bocca e cacciò un urlo muto e si ripetè che quel momento era un momento importantissimo, un momento che si sarebbe ricordato per tutto il resto della vita, il momento esatto in cui suo padre era morto e lui lo aveva sentito morire per telefono e quindi doveva stamparsi tutto nella memoria, ogni cosa, ogni dettaglio, nulla doveva scappargli in quell’istante, il peggiore della sua vita: la pioggia, i fulmini, la pizza al prosciutto sotto il piede, il baffone in TV e quella casa che avrebbe abbandonato. E il buio. Si sarebbe certamente ricordato quel buio che lo circondava da ogni parte. Tirò su con il naso e disse con un filo di voce: ‘Ti prego papà! Rispondi! Rispondimi… Dove devo venire? Non puoi farmi questo… Non è giusto.’ Si sedette sul divano e poggiò i gomiti sulle ginocchia e si pulì il moccio con il dorso della mano e cominciò a stringersi la testa e singhiozzare: ‘Se non mi dici dove sei… Io come faccio… Io come faccio… Come posso fare… Ti prego, Dio… Ti prego… Aiutami. Dio mio, aiutami tu. Non ti ho mai chiesto niente… Nulla.”
Come nel precedente Ti Prendo e Ti Porto Via, Ammaniti conduce il lettore in un mondo di aspirazioni fallite, frustrazioni, senso di impotenza, follia e sopraffazione, con orrore e violenza ben presenti sullo sfondo assieme a sentimenti d’amore e appartenenza che si fondono in una miscela che non rassicura mai ma che lascia sempre l’amaro in bocca e il terrore negli occhi. Si fondono storie di anime diverse, ognuna con i propri sogni e le proprie paure, personaggi ai limiti della società, furiosi con il mondo o semplicemente senza speranza. Con un talento unico Ammaniti descrive vizi e virtù (ma soprattutto vizi), di un’umanità borderline che sfugge alla noia sguinzagliando i propri desideri repressi in tutta la loro virulenza. L’orrore non sta solo nel sangue, sta anche nel ritratto di uomini e donne in cui il male germina liberamente in tutte le sue forme: è la curiosità di chi si ferma a guardare un cadavere impacchettato nelle acque di un fiume, è l’ipocrisia di chi truffa gli ingenui con amuleti divini, è l’insistenza di chi non ammette le proprie colpe e non si rassegna a perdere una donna che non lo ama più. Gli eventi scorrono come diapositive, e inducono il lettore ad andare avanti, avido di parole, insaziabile, fino alla fine, perchè Ammaniti ti prende e ti porta via con sè, in territori che altri non esplorerebbero mai, e ti costringe a guardare la realtà, senza distogliere lo sguardo, scatenandoti dentro il desiderio di arrivare fino in fondo. E’ l’abilità di chi sa costruire con l’inchiostro della penna un mondo in grado di essere visualizzato. Non è un caso che Salvatores abbia voluto collaborare per la seconda volta con lui (dopo Io Non Ho Paura) per adattare sul grande schermo il suo romanzo. Perchè Ammaniti è in grado di mostrare ciò che scrive, di fartici cadere dentro come nella tana del Bianconiglio, scena dopo scena, come in un film. Qualcuno ha parlato di un talento ormai arido e totalmente prosciugato. Evidentemente quel qualcuno deve aver letto un altro romanzo.
come sempre riesci a lasciarmi senza parole se non lo avessi gia’ letto correrei in libreria ad acquistarlo
chi non ti apprezza non ti merita continua cosi’ mordi la vita
[...] Salvatores continua il sodalizio con Niccolò Ammaniti portando sul grande schermo Come Dio Comanda, il quarto romanzo dell’autore romano, cinque anni dopo Io Non Ho Paura. Nulla togliendo al [...]