Llewelyn Moss: If I don’t come back, tell mother I love her.
Carla Jean Moss: Your mother’s dead, Llewelyn.
Llewelyn Moss: Well then I’ll tell her myself.

Basata sull’omonimo romanzo di Cormac McCarthy e pluripremiata agli Oscar 2008 con quattro statuette su otto nomination (Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura e Miglior attore non protagonista) la pellicola dei Coen è, da un certo punto di vista, indefinibile, nella sua unicità. Sfugge a qualsiasi classificazione innanzitutto per il genere. Non è completamente un thriller e neppure pienamente un western, il sangue scorre a fiumi ma non è neanche lontanamente splatter nè tantomeno un horror e, dulcis in fundo, è sostenuto da un’amara riflessione su presente e passato, ma senza scadere necessariamente in un film dalla portata filosofico-moraleggiante. Insomma, un gran bel mix di elementi sapientemente e straordinariamente calibrati, grazie all’attenzione quasi maniacale – in senso positivo – per i dettagli: la luce, i tempi, il silenzio imperante, il sangue, la violenza e la follia, i fantastici dialoghi, ironici e taglienti come un ras
oio, di un’ ironia così nera e politicamente scorretta da farti quasi vergognare per aver anche solo accennato un sorriso.
1980. Siamo in un Texas più arido e desolato che mai, tra paesaggi desertici al tramonto (che tanto ricordano la scena iniziale de Il Grande Lebowski, con tanto di voce narrante in sottofondo) e infinite distese di nulla, sassi, polvere, e qualche filo d’erba qua e là. Il reduce dal volto duro e impassibile, Llewelyn Moss (Josh Brolin, bastardo poliziotto corrotto in American Gangster) si dedica alla caccia nascosto tra i cespugli, aspirando, forse, ad una preda migliore di un semplice animale. E, seguendo una traccia di sangue (elemento che, in un certo senso, fa qui da padrone), la trova. Catapultato nel bel mezzo di un inferno silenzioso – e il silenzio, signori, è così totalizzante che vi ritroverete ad ascoltare il vostro respiro in continuazione perchè non c’è musica, neanche una volta, in sottofondo, ma solo assoluto, sublime, assordante silenzio – Llewelyn si trova davanti ad una strage che vede coinvolti messicani corrieri di eroina e, probabilmente, qualcuno troppo interessato ad appropriarsene. In mezzo a cadaveri massacrati, di uomini e di cani, sangue rappreso e mosche che ronzano nell’aria statica, poco lontano, sotto ad un albero, c’è l’unico, si fa per dire, “sopravvissuto” e, accanto a lui, una valigetta da due milioni di dollari. E poichè Llewelyn non è certo uomo dai sani principi e dall’integerrima onestà, la valigetta passa rapidamente nelle sue mani, scatenando un’inaspettata reazione a catena dai risvolti sconvolgenti.
L’attenzione dello spettatore resta necessariamente catalizzata sulla fantomatica valigetta, che diventa, con lo scorrere della vicenda, una sorta di McGuffin alla Tarantino anche se, evidentemente, non è nè la valigia nè il suo contenuto il vero centro della storia. Il motore sì, ma non l’elemento assolutamente fondamentale. Non del tutto, almeno. Perchè – ma questo potrebbe dipendere dalla mia personalissima e morbosa fascinazione per
assassini e affini – l’elemento più interessante di questa rutilante caccia all’uomo – che mobilita, da entrambe le parti, molti personaggi – è sicuramente Anton Chigurh, spietato killer psicopatico dagli occhi iniettati di sangue e dalla ridicola pettinatura da paggetto (Javier Bardem, un attore che dove lo metti sta e ti fa pure miracoli – premiato con l’Oscar come migliore attore non protagonista). Sin dalla primissima, agghiacciante (e strepitosa) scena in cui Chigurh viene arrestato, insieme alla sua inseparabile bombola dell’aria compressa, per poi ammazzare barbaramente e senza traccia di esitazione, il malcapitato sceriffo, in una sequenza che pietrifica, e mietere vittime lungo le strade assolate del Texas, appare evidente che Anton ha uno scopo e non si fermerà davanti a nulla finchè non lo avrà portato a termine. Chigurh è un ibrido, a metà tra il profeta e il pazzo (come gli viene ripetuto spesso), uno che ama far scommettere le proprie vittime sulla loro stessa vita: testa o croce, e impegnarsi in discorsi monoespressivi che non portano da nessuna parte se non, quasi sempre, alla morte del suo interlocutore. (Altra scena fantastica, il dialogo con il proprietario della stazione di servizio.) Aiutato da una ricettrasmittente per localizzare il denaro, il killer si mette sulle tracce di Llewelyn, fortunosamente sfuggito ai messicani e ai loro violenti cani, rifugiandosi poi in un motel per progettare la fuga.
Le strade dei due si incrociano presto, e dietro a Chigurh inizia a tracciarsi una scia di sangue sempre più ampia e inquietante, grazie agli inseparabili
strumenti di lavoro: la sopracitata bombola ad aria compressa, arma inusuale e particolarmente spietata, e fucile silenziato. E mentre tra le strade desolate di qualche sperduta cittadina texana si compie il decisivo incontro tra Chigurh, Llewelyn e la sua valigetta, Carla Jean Moss, dolce e preoccupata moglie di Llewelyn, incontra l’ormai vecchio e disicantato sceriffo Ed Tom Bell (un eccezionale Tommy Lee Jones), ormai in età di pensionamento, con il volto solcato da rughe profonde e un dissacrante sarcasmo sempre a portata di mano, che, aiutato dal giovane Wendell, prende a cuore quella che potrebbe essere la sua ultima missione: ritrovare Llewelyn e riportarlo, incolume, da Carla Jean. Interessato al reduce e alla sua valigetta è anche Carson Wells (Woody Harrelson) ex ufficiale nella guerra in Vietnam (ma non per questo, secondo Llewelyn, i due dovranno essere “amichetti”) e profondo conoscitore di Chigurh, si direbbe quasi ammiratore di tanta efferatezza ma anche coerenza verso certi saldi principi. (Ed è a suo modo esilarante lo scambio di battute tra Carson e il suo “finanziatore” riguardo a Chigurh: “Quant’è pericoloso?” “In confronto a cosa? Alla..peste bubbonica?”).
Wells è spinto a trovare Moss principalmente dal desiderio di recuperare l’ormai celeberrima valigetta – che, nel frattempo, il malconcio Llewelyn ha provveduto a far scomparire attraversando la frontiera nazionale e arrivando in Messico – e a salvargli la vita, mettendolo al riparo da Chigurh
che lo ucciderebbe comunque, soldi o meno, per il solo fastidio di avergli fatto perdere tempo. Ci saranno ancora numerosi morti, (Una delle scene migliori è quella dell’ultimo incontro di Chigurh con Wells e lo scambio di battute “Tu non ti rendi conto di quanto sei pazzo” “Intendi la natura di questo discorso?” “Intendo la tua natura”) e il gioco del gatto e del topo sarà destinato a chiudersi nel peggiore dei modi, per Llewelyn e per lo sceriffo Bell, che si ritrova a riflettere, sconsolato e amareggiato dalla realtà, nell’ultima stanza di un motel, vuota e con la moquette impregnata del sangue di qualcuno che avrebbe voluto salvare. E poichè Chigurh è, contrariamente a Llewelyn, un uomo dai saldi (seppur discutibili) principi, è chiaro che la storia dovrà ancora chiudersi degnamente e le conseguenze del gesto del marito avranno terribili ripercussioni anche su Carla Jean, il cui dialogo con Anton rivelerà ulteriori risvolti profetico-filosofici della personalità del pazzo.
Sono le ultime scene a lasciare però l’amaro in bocca. La sensazione che non ci sia giustizia, terrena o divina, nè catarsi, nessuna purificazione, nessun aggiustamento provvidenziale delle cose. E lo stridente contrasto tra la personalità folle di Chigurh, il sangue che gli scorre sul volto, e l’idilliaca cornice provincial-borghese delle stradine di Odessa, è sconcertante quasi quanto le ultime parole rivolte dallo sceriffo Bell, ormai in pensione, alla moglie. Il racconto di un sogno che nessuno dei due prova ad interpretare, una sorta di premonizione che dovrebbe chiarire la morale, se mai ce ne fosse una, racchiusa in quel titolo criptico che è Non è Un Paese Per Vecchi. Ed è come se si chiudesse un cerchio, aperto dalle riflessioni dello sceriffo e del vecchio paralitico Ellis, costretto alla sedia a rotelle dopo la guerra:
l’amara considerazione che non c’è spazio, in una società dilaniata dalla violenza, per i “vecchi”, per chi ha vissuto il passato, un’epoca dove ancora si diceva “grazie”, e “prego”, e non c’erano giovani con i capelli verdi e un osso infilato nel naso. Non c’è più posto per Bell, sceriffo sessantenne che non si rassegna all’ozio, e al tempo stesso vede con chiarezza l’assurdità di un mondo dove ci sono persone che uccidono e seppeliscono cadaveri nel proprio giardino e finiscono sul giornale, un mondo dove la lotta tra uomini e bestie può avere sempre risvolti imprevedibili e la gente può essere tranquillamente uccisa sulla veranda di casa propria. Un mondo dove un killer sanguinario, spietatamente lucido e allo stesso tempo privo di qualsiasi razionalità, riesce comunque a cavarsela, un mondo dove quarantenni nel pieno delle loro forze sono già in pensione perchè profondamente scossi dagli orrori della guerra. Ed è forse meglio per il padre di Bell esser morto a quarant’anni, ed essere, nei sogni del figlio, “il più giovane”, che vivere da vecchio tutto lo schifo di una realtà sartrianamente imprevedibile, nella sua cruda spietatezza e ironica tragicità.
Ma non esiste un’interpretazione univoca, e non tutti i tasselli vanno al loro posto. Rimane una sensazione di michelangiolesco non-finito, che ti fa apprezzare ogni singolo istante di quella che è una pellicola straordinaria e straordinariamemente raffinata, nella sua volontà di costruire una sorta di grande epica americana senza lieto fine. Una grande storia che racchiude un pensiero potente ed è rappresentata da un personaggio duro come Llewelyn, che in fondo non ha nulla da perdere, da un uomo che ha visto il mondo e lo ha osservato a fondo nella sua insensatezza, come Bell, e da un folle
come Chigurh, un personaggio senz’anima che è al tempo stesso l’anima di una realtà dove la violenza gratuita e agghiacciante è all’ordine del gorno, senza fare più alcuna impressione. O quasi.
E non è solo l’interpretazione perfetta degli attori a rendere grande la loro performance ma è anche tutto ciò che sta intorno. La cura di ogni particolare, la scelta di non avere altra colonna sonora se non quella della realtà circostante, dei rumori altrimenti impercettibili, il ticchettio di un orologio, i respiri affannati e trattenuti, gli spari che risuonano assordanti, le voci che si stagliano chiare e lo scorrere del tempo. E l’attesa, in silenzio, con il fiato sospeso per l’agitazione o l’angoscia, per viverseli tutti, uno ad uno, quei momenti. E il sangue. E il sangue. Rosso scuro, rappreso, e denso a sgorgare dalle ferite, a macchiare l’acqua trasparente di quella vasca in cui Chigurh si medica da solo, con precisa e chirurgica meticolosità. E i dialoghi. Brevi e incisivi, perchè chi parla troppo non è visto di buon occhio e se le cose uno le vuol dire, lo faccia pure, ma senza troppi giri di parole. Mai ripetersi. Perchè ci sarà sempre chi, come Chigurh, ve lo farà notare.