Homer Stokes: And so, we gonna hang us a negro!
Mississipi, anni ‘30. Mentre una fila di galeotti di colore intona Po Lazarus per alleviare la fatica dello spaccapietre e scorrono i titoli di testa, tre uomini sbucano dal grano saltellando sulle note di Big Rock Candy Mountains. Sono Ulysses Everett McGill (George Clooney), Delmar O’Donell (Tim Blake Nelson) e Pete Hogwallop (John Turturro), in tenuta a strisce e catena al piede, freschi di fuga dalla colonia penale. Everett è il capo della banda, non proprio indiscusso (Pete si dimostra riluttante sin dall’inizio), ma nominatosi da sè per le doti di eloquio e raziocinio che è convinto di possedere. E in quanto a eloquio, come dargli torto? Everett non smette mai di parlare, dispensando consigli e informazioni con tono saccente e compiaciuto, rivelandosi in realtà nient’altro che un povero imbecille tronfio e vanitoso con una vera ossessione per la crema per capelli Dapper Dan e il cervello grande quanto una nocciolina (non a caso è proprio con Fratello Dove Sei? che prende il via l’ormai conclusa Trilogia dell’Idiota dei fratelli Coen, con protagonista il malcapitato Clooney). Everett millanta l’esistenza di un favoloso tesoro da un milione di dollari virgola due, nascosto
da qualche parte oltre la palude che i tre dovranno superare entro tre giorni. Pete e Delmar lo seguono, loro malgrado (poichè letteralmente legati a lui), in un’avventura che avrà inizio con le parole di un vecchio cieco di colore ( forse un Tiresia moderno?) che vaticinerà per loro un’Odissea fatta di ostacoli e peripezie da superare. E di Odissea è proprio il caso di parlare perchè è ad essa (oltre che alla Bibbia) che i Coen si ispirano deliberatamente, deformandola e traendo da essa gli spunti più surreali per dare comicità ad una pellicola scanzonata e musicale, che porta a galla – nel vero senso del termine – i più comuni stereotipi degli Stati del Sud, rileggendoli in chiave epica e dissacrante.
Il tortuoso viaggio dei tre galeotti comincia nella fattoria di Wash Hogwallop (Frank Collison), cugino di Pete, dove i nostri eroi vengono liberati dal giogo che li teneva uniti. Qui, tra stufato di cavallo putrefatto, retine per capelli e un agguato della polizia finito in fumo (e fiamme), Everett (che, terrorizzato, esclamerà tre volte – toh, il numero omerico per antonomasia – “Accidenti! Siamo in piena tempesta!”), Pete e Delmar riusciranno a salvarsi e a trovarsi un mezzo di trasporto, grazie anche all’aiuto di un ragazzino piuttosto spericolato. La strada verso il tesoro si incrocia prima con quella di un gruppo di cristiani canterini (in una sequenza che ricorda vagamente Le Muse di Denis), che redimeranno Pete e Delmar nelle acque melmose di un
fiume, poi con quella di Tommy Johnson (Chris Thomas King) musicista nero che si è venduto l’anima al diavolo per suonare la chitarra. Con lui i tre formano i Soggy Bottom Boys, improvvisandosi musicisti di pezzi tradizionali per guadagnare qualche soldo dal proprietario, cieco, di una stazione di servizio (Stephen Root), che paga chiunque suoni nel suo barattolo. La canzone: I Am A Man Of Constant Sorrow, diventerà un successone in città, all’insaputa dei quattro autori. Braccati dalla polizia, i galeotti in fuga (presto privati della compagnia di Tommy) si troveranno a dover affrontare prima il bandito George “Babyface” Nelson, spietato ladro con i sensi di colpa, poi tre seducenti Sirene che li ammaliano con il loro canto (dall’eloquente leitmotiv: Go To Sleep Little Baby) e trasformano Pete in un rospo. Questo è ciò che crede Delmar, smentito a tratti dal razionale Everett.
Giunti in città con un bel gruzzolo, Delmar e Everett fanno la conoscenza di Big Dane (John Goodman, presenza ingombrante nelle pellicole dei Coen), venditore di Bibbie con un occhio solo e violento ladro senza scrupoli. Il richiamo a Polifemo, come se non bastasse la benda sull’occhio, si esplicita, per contrappasso, con il ramo (non d’ulivo) strappato da Big Dane per colpire i due malcapitati. Malconci, lerci e spiantati, i due galeotti assistono al comizio di Homer Stokes (Wayne Duvall, che prende non a caso il nome del poeta greco) diretto avversario del venditore di farina Pappy O’Daniel (Charles Durning) per la carica di governatore dello Stato. Qui Everett incontra anche le sei figlie (sette, contando la nuova arrivata), che lo credono morto, “finito sotto a un treno”, convinte dalla madre, Penelope
(quale altro nome possibile per la sposa di un Ulysses?) detta “Penny” (Holly Hunter), in procinto di risposarsi con l’aternativa moderna dei Proci, l’allampanato ma affidabile Vernon T. Waldrip (Ray McKinnon).
Dopo aver ricomposto la banda con il ritrovamento di Pete (scampato alla forca) in un vecchio cinema, i tre galeotti dovranno affrontare un doppio tradimento: quello di Pete ma anche quello di Everett, il cui unico scopo era quello di trovare la libertà per riconquistare la moglie. A interrompere la rissa tra i due sarà un incredibile balletto del Ku Klux Klan (con un capo del tutto inaspettato), in procinto di sacrificare Tommy e tra le cui fila milita anche Big Dane. Segue l’ennesima, rocambolesca fuga e in qualche modo i Soggy Bottom Boys riescono ad intrufolarsi alla festa della città, scatenando il giubilo generale con il loro singolo e garantendosi l’immunità. In realtà a nulla vale il benestare di Pappy O’Daniel di fronte allo spietato Sceriffo Cooley (Daniel Von Bargen). A salvare i tre dalla forca (in una scena epica scandita dalla disperata preghiera di Everett e dal blues di tre neri), sarà soltanto un inaspettato diluvio universale che travolgerà ogni cosa: scatole di brillantina, cani, mucche, altalene di copertone, mobili e soprattutto i nostri eroi, immancabilmente scampati al peggio. Il lieto fine arriva, e anche per l’Ulisse dei Coen c’è aria di catarsi. Ma George Clooney non dovrà arrivare agli antipodi del mondo per redimersi dai suoi peccati, gli basterà convincere Penny della sua affidabilità, e riprendere le redini del suo gregge, da bravo pater familias.
I Coen dimostrano per l’ennesima volta – e alla lunga non ci sarà più bisogno di dirlo – un’innata affinità con il genere comico, che sia esso leggero e scanzonato con punte di satira caustica, come nel caso de Il Grande Lebowski e di questa pellicola (in particolare nella frecciata al razzismo imperante nel Sud di quegli anni), o che si riveli più pesante e a tratti quasi drammatico (come nel recentissimo Burn After Reading). E non è dunque un caso che il titolo scelto: O Brother Where Art You? (da un verso di Shakespeare), sia quello desiderato da Joel McRea ne I Dimenticati di Preston Sturges (1942), esperimento metafilmico sul valore della commedia non come genere minore, ma in grado di sviscerare, pur nella sua leggerezza, tematiche che fanno riflettere.
Affastellando citazioni più o meno poetiche, situazioni da teatro dell’assurdo e siparietti canori, i Coen tirano fuori dal cilindro un film che si potrebbe definire anche musicale, considerato il ruolo che la musica ricopre in esso, ma che è a tutti gli effetti una commedia sul trionfo dell’idiozia. L’idiozia di chi casca nel tranello di un subdolo venditore di fumo, o di chi si incapuccia la testa per dimostrare un odio purista senza senso, di chi si crede intelligente e furbo ma non riesce mai a cavarsela da solo. Se l’Ulisse
omerico poteva vantare, nonostante la fama di personaggio infido, un’acutezza mentale e un’abilità oratoria senza pari, l’Ulysses di Clooney non ha la stessa metis e, tristemente, non riesce a fare breccia nella simpatia dello spettatore quanto il personaggio di Turturro, con la parlata dell’imbecille vero, non presunto, o quello di Blake Nelson, candido nella sua ingenuità. Eppure ci si perde tra le strade polverose del Mississipi assieme ai galeotti in fuga, e ci si diverte nel denudare la loro stupidità di fronte agli ostacoli e alle disavventure della vita. Insomma, ci si butta a capofitto in un film piacevole, che affianca all’intento puramente ludico anche quello di suscitare interesse verso problemi reali che non devono necessariamente essere affrontati con i toni cupi del melodramma storico-sociale ma possono filtrare anche attraverso la risata.
