“QUELLA CHE VEDRETE É UNA STORIA VERA
I fatti esposti nel film sono accaduti nel 1987 nel Minnesota. Su richiesta dei superstiti, sono stati usati dei nomi fittizi. Per rispettare le vittime tutto il resto è stato fedelmente riportato.”

1987. Minnesota. Bianco a perdita d’occhio e una strada infinita che taglia l’aria rarefatta. I fari di un’auto che fendono la gelida foschia su cui cominciano a comparire i primi titoli di testa. Nell’auto un uomo: Jerry Lundegaard (William H. Macy), diretto a Fargo, North Dakota, per incontrare i due sicari che lo aiuteranno ad inscenare il finto sequestro della moglie Jean (Kristin Rudrud) e a spillare al ricco suocero Wade Gustafson (Harve Presnell) ottantamila dollari di riscatto. Un lavoro facile e pulito che nasconde in realtà un piano molto più complesso, ordito da Jerry per rimpinguarsi le tasche piene di debiti. Jerry Lundegaard è un uomo meschino, una nullità. Vive alle spalle di una moglie ricca che gli ha garantito un posto come responsabile vendite nella concessionaria del padre. Truffa la finanziaria per migliaia di dollari e progetta un affare da settecentocinquantamila bigliettoni facendo acquistare al cinico Wade un lotto per parcheggi. Ma ha bisogno di soldi, costantemente. E’ il suo chiodo fisso. E quando le cose cominciano ad andare storte, la dritta del meccanico indiano con precedenti penali, Shep Proudfoot, lo porta a rivolgersi ai due strani individui incontrati in un bar di Fargo all’ora sbagliata: Carl Showalter (Steve Buscemi), tipo “curioso”, logorroico e apparentemente tranquillo e Gaear Grimsrud (l’inquietante Peter Stormare), fumatore accanito, silenzioso e visibilmente psicopatico. Il rapimento avvie
ne senza complicazioni, in una sequenza sospesa tra il comico-delirante e il tragico-agghiacciante (Gaear in passa-montagna che sbircia dalla finestra e, morso dalla donna, chiede una pomata; il disperato tentativo di Jean di salvarsi e la rovinosa caduta dalle scalte avvolta nella tenda della doccia). A missione compiuta i due si rimettono in viaggio su una Sierra color ambra e senza targa (fornita da Lundegaard) sfrecciando su strade deserte nel buio della notte, verso Minneapolis e passando per Breinard, ridente cittadina annunciata da una gigantesca statua di boscaiolo armato d’accetta (forse un presagio di quanto accadrà di lì a poco). Ma quelle che seguono non sono le classiche scene on the road e il paesaggio desertico, angosciante, l’asfalto che percorre in rettilineo il nulla più assoluto, si colorano presto di sangue, in una sequenza di tensione e follia omicida totalmente immotivata.
Sulle tracce dei killer si mette la polizia di Breinard, rappresentata dalla poliziotta incinta al settimo mese: Marge Gunderson (Frances Mcdormand, Oscar come Miglior Attrice Protagonista), sposata con Norm, pittore di fagiani, perennemente affamata e con un metodo investigativo insolito, quasi ridicolo se confrontato con lo stereotipo cinematografico del poliziotto tutto d’un pezzo che non se ne lascia sfuggire una. Marge sembra una donna come tante, ironica e dolce, ma le sue intuizioni e le ricerche mirate (il dissacrante colloquio con le due prostitute svampite e il siparietto con l’ex compagno di scuola mentalmente ed emotivamente turbato) ne confermano le doti di attenta osservatrice, degna del titolo di capo della polizia di Breinard. Gli indizi la portano infatti dritta dritta a Minneapolis dove, in una vecchia baracca sul lago, Showalter e Grimsrud attendono
informazioni per riscuotere il riscatto. Il vile Jerry, sempre più invischiato in un gioco che rischia di non i dare frutti sperati (e di far sfumare il milione di dollari che Lundegaard vorrebbe intascare come riscatto) a causa delle pretese del suocero, incalzato dalle minacce della finanziaria e dei rapitori è costretto a cedere, lasciando a Wade la gestione dell’affare. Ma qualcosa va storto. Carl si presenta solo all’appuntamento (dopo una scena inquietante che lo vede alle prese con il televisore guasto, sotto lo sguardo allucinato del complice) e nuovo sangue verrà versato. Una valigetta da un milione di dollari finisce in mani troppo avide e viene presto nascosta nella neve da qualche parte lungo la strada. Jerry, ormai finito, braccato da Marge, non può far altro che fuggire. Ma non ci sarà lieto fine per lui nè per nessun altro, implicato in questo sporco gioco al massacro, se non per Marge, costretta ad assistere ad una scena terrificante (che coinvolge un trituratore di legno usato in modo non proprio ortodosso) e a mettere in manette un uomo dallo sguardo vacuo, forse ignaro della sua innata crudeltà. E mentre Marge e Norm guardano la tv sotto le coperte pensando ai due mesi che li separano dalla nascita del loro bambino, da qualche parte, nella neve, una valigetta resta sepolta senza un proprietario. Un altro MacGuffin? Chissà.
La pellicola dei fratelli Coen (diretta da Joel, sceneggiata da entrambi e prodotta da Ethan, Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale) offre, con il consueto sguardo impietoso, crudele e tagliente, lo spaccato di una società totalmente allo sbando, in preda al destino più assurdo, al sangue sparso senza rimorsi e senza motivazioni, al male covato all’interno di un’apparente famigliola felice per opera di un uomo mediocre e disgustoso. Jerry Lundegaard è un personaggio che si odia facilmente, dal primo istante: un uomo sottomesso al suocero, incapace di svolgere il proprio lavoro, senza sentimenti tanto quanto l’apatico Grimsrud, subdolo di una perfidia sottile e nascosta, che emerge in tutta la sua nauseante chiarezza nelle prove che l’uomo fa per dimostrare al suocero il dolore e lo sgomento per la
scomparsa della moglie. William H. Macy è insopportabile e irritante e perfetto nel ruolo del perdente (come sarà in Magnolia di P.T. Anderson nella parte dell’ex-genio dei quiz fallito Donnie Smith), riesce a dare spessore ad un personaggio vuoto e squallido, rendendolo così patetico da non suscitare il minimo accenno di compassione per la sua inettitudine. Inetto è anche Carl Showalter, personaggio schizofrenico, ridicolo e terrificante insieme, una macchietta, una caricatura, il sicario imbranato che si spaventa di fronte al sangue ed è costretto a trascinare un cadavere lungo la strada ma che si trasforma senza batter ciglio in un assassino avido e grondante sangue. Il suo mutamento non è giustificabile e fa più paura dello sguardo folle del compagno, killer spietato e freddo, dotato di una perversa, animalesca libido che non ha niente a che vedere con la lucida pazzia dell’Anton Chigurh di Non è un Paese Per Vecchi. Non si simpatizza per nessuno, in realtà, in questo film che lascia aperta un’inquietudine di fondo e se la prende con le aspirazioni piccolo-borghesi, massacrandole e massacrando (in senso psicologico e letterale) i personaggi che fanno parte di questa spirale. Non ci si immedesima nel vecchio suocero ricco e senza scrupoli, che patteggia sul “prezzo” della figlia, non certo nei due assassini e men che meno nel protagonista. Ma non c’è simpatia neppure per il personaggio “positivo”, Marge, la poliziotta che pensa più al cibo che al suo caso e che conclude le sue indagini con una paternale fin troppo buonista rivolta all’incarnazione del male personificato, che siede muto dietro la rete metallica della volante.
Ed è qui che sta il senso di Fargo (ovviamente secondo la personalissima interpretazione della sottoscritta, non me ne vogliano i Coen). “Non si salva nessuno, non c’è redenzione per nessuno” ha scritto Bret Easton Ellis. L’orrore della squallida realtà dove gli affetti non valgono nulla, dove anche un padre è indifferente al dolore del figlio o alla sorte della moglie, per denaro, dove a nessuno sembra importare davvero della morte (il commento asettico dei poliziotti di fronte ai tre cadaveri uccisi brutalmente sulla strada per Breinard ne è una prova) – se non quando ce la si trova
davanti nella sua forma più mostruosa – è più forte del lieto fine. Perchè dietro alla soddisfazione di veder stampato il proprio fagiano su un francobollo da tre centesimi aleggia il fatto che quello sia solo un istante e che tra due mesi, forse, si potrebbe ripetere tutto di nuovo. Fingendo di inscenare una storia vera, i Coen buttano in faccia allo spettatore immagini di ordinaria follia desunte dalla cronaca nera e assemblate ad arte in un paesaggio da horror vacui, dove lo sguardo si perde nell’assenza del tutto, nello spazio che inghiotte (magistralmente colto dalla fotografia di Roger Deakins e sottolineato dalle musiche di Carter Burwell), nella sensazione di panico che prende lo stomaco quando ci si immagina su quella Sierra sperduta nel buio, nel freddo che uccide e congela i corpi nel sonno dell’ipotermia. E l’indifferenza spietata della morte fuori campo di una donna innocente, che non merita neanche un po’ di attenzione, o la derisione dei suoi carnefici nel vederla correre, urlante, come un’oca a cui è stata tagliata la testa ma che ancora cammina per spasmi involontari, è peggio del sangue che scorre a fiumi e incrosta le mani e la faccia di un assassino, e macchia la neve di gocce purpuree.