Nikolai Luzhin: I’m the driver.

Anna Khitrova (Naomi Watts), in seguito ribattezzata Ivanovna secondo l’uso russo del patronimico, ostetrica al Trafalgar Hospital di Londra, entra in possesso del diario segreto di una paziente quattordicenne, morta di parto dando alla luce la piccola Christine. Nel tentativo di scoprire le cause della morte della giovane, Anna si trova a fare i conti con l’anziano Semyon (Armin Mueller-Stahl), proprietario del ristorante Trans-Siberian e capo della mafia russa, in esilio nella capitale britannica per sfuggire alle indagini del KGB in patria. Inizialmente accomodante nei confronti della donna, Semyon si offre di tradurre il diario ma i sospetti di Anna vengono rafforzati dall’eccessivo interesse dell’uomo per il contenuto di quelle pagine e dal comportamento violento e stravagante del suo unico figlio, Kirill (Vincent Cassel), costantemente accompagnato dal suo “autista” Nikolai (un Viggo Mortensen che azzera completamente la prova degli attori che lo affiancano, candidato agli Oscar del 2008 come Miglior Attore Protagonista), un inquietante individuo
che nasconde dietro all’eleganza composta e sensuale di un completo di lusso, un’indole violenta, di una violenza sterile che lo porta a contemplare “con assoluto distacco” un cadavere in un congelatore e a spegnersi una sigaretta sulla lingua come segno intimidatorio. Il suo desiderio è inoltre quello di entrare a far parte del clan mafioso dei Vory V Zacone, conquistandosi la fiducia del boss Semyon. Il corpo coperto da 49 tatuaggi lascia il posto sopra al cuore per i segni tangibili dell’appartenenza al clan: le stelle che, tatuate anche sulle ginocchia, sigleranno la volontà di Nikolai di non inginocchiarsi mai, davanti a nessuno.
Turbata e, suo malgrado, affascinata dalla personalità austera e sarcastica di Nikolai, Anna si farà trascinare nel vortice della malavita alla ricerca della verità: trovare una casa per Christine e rendere giustizia a quella madre-bambina, morta troppo presto per le violenze subite da uomini senza scrupoli che non hanno il diritto di restare impuniti. La causa di Anna si incrocia con il destino di Nikolai, costretto a salvare a colpi di dita mozzate, cadaveri gettati nel Tamigi e complotti, la reputazione del “principe” Kirill, accusato di essere “un ubriacone e una checca” a causa di un’omosessualità latente fin troppo manifeta e di una debolezza d’animo che gli impedisce di garantirsi la stima del padre, il “re” Semyon, quella stima che si rivelerà indispensabile
(assieme ad una assoluta sincerità) per fare del presunto autista un Vor. E mentre Kirill rivela un’insospettabile natura docile e onesta (il suo comportamento con i bambini stride con l’accusa di “pederastia” rivolta al cadavere di Soyka e ne mostra il lato più umano) la consapevolezza che nè Semyon nè Nikolai siano in realtà ciò che sembrano si cristallizza sempre di più e la vicenda giunge al punto di rottura, all’atto di violenza estrema che si risolve in un ”lieto” fine dal sapore ambiguo.
Girata per la prima volta e interamente fuori dal Canada, la pellicola di Cronenberg fotografa la Londra meno cartolinistica e più spietata della criminalità organizzata russa, concentrando la sua attenzione sui quartieri caratteristici dell’immigrazione dell’Est e senza scadere mai nella creazioni di personaggi-tipo, puntando invece, per il successo del suo Eastern Promises (ritradotto piuttosto fedelmente con La Promessa dell’Assassino) sulla figura più che mai solida e sul talento sconvolgente di Viggo Mortensen che cuce per sè una parte senza sbavature, un killer lucido e impassibile, distaccato e impenetrabile ma capace, sul finale, di mettere a nudo anche i suoi sentimenti. Spalleggiato dall’ottima prova di Naomi Watts, dal ruolo raffinato di Mueller-Stahl – che alle prese con i dolci sembra la spietata controparte del pasticcere Girotti de La Finestra di Fronte – e dalla
recitazione nervosa ed esasperata di Cassel, Mortensen regna, sovrano incontrastato, in senso attoriale e letterale (è sua la volontà di prendere la parte del “re” Semyon), in una pellicola dal ritmo lento ma travolgente, violenta e cruda nel mostrare il sangue con quella stessa eleganza artistica che Rembrandt rivela sbattendoti in faccia la carcassa di un bue scuoiato. Cronenberg conduce la tensione come un abile direttore d’orchestra, fino al parossismo della scena ormai di culto: il combattimento nel bagno turco, dove Mortensen mostra il proprio corpo nudo e tatuato, in tutta la vulnerabilità, con la stessa ferocia cieca di un animale braccato che lotta per la sopravvivenza. Uno di quei personaggi che non si scordano facilmente.