Audrey Burke: What’s heroin like?
Jerry Sunborne: Do you hear that expression being “kissed by God”?

Sulla carta poteva sembrare l’ennesima storia d’amore tra anime tormentate. Le premesse c’erano tutte. Ma la pellicola della danese Susanne Bier, dal titolo, poetico (e con un significato che verrà svelato quasi alla fine del film): Things We Lost In The Fire (il senso si perde completamente nella versione italiana Noi Due Sconosciuti), smentisce ogni pronostico e accompagna lo spettatore in un territorio sorprendentemente inaspettato, malinconico e originale.
Audrey (Halle Berry) e Brian (David Duchovny) sono felicemente sposati, con amore, passione e due figli dai cap
elli riccissimi: Dori (Micah Berry), sei anni e Harper (Alexis Llewellyn), dieci. Hanno una bella casa, un giardino immenso, una vita serena, immersa nella tranquillità periferica di Seattle. Una sola ombra sul loro matrimonio, causa dei litigi e della rabbia di Audrey: il miglior amico eroinomane di Brian, Jerry (un Benicio Del Toro che, con occhiaie pesanti e sguardo tormentato, sembra fatto apposta per il ruolo), amico d’infanzia carissimo, che Brian non vuole dimenticare e non accetta di abbandonare. Ma c’è qualcosa di peggio di tutto questo, una tragedia che incombe sulla famiglia Burke fin dalle primissime scene, un collage di ricordi e flashback, ritagli di vita passata e di disperazione presente. Un funerale, i pianti, il non voler pensare. Il vortice degli eventi, incastrati tra loro senza ordine cronologico, ricostruisce le basi del dramma: la morte di Brian, per mano di un uomo fuori di sè per la gelosia. Una morte da eroe, che getta nel tunnel dellangoscia Audrey, i suoi figli, i parenti, il vicino di casa compagno di corse mattutine. E Jerry, l’ultimo ad essere avvisato.
L’occasione è la meno indicata per riavvicinare una donna che, senza vergognarsene, ha nutrito per anni un odio profondo verso quell’amico irrecuperabile, e un uo
mo che tenta disperatamente di restare pulito e che sa tutto della famiglia di Brian, come se ne facesse parte lui stesso. Eppure è proprio nel dolore che Audrey e Jerry riescono a ritrovarsi, sperando di poter trovare sostegno l’uno nell’altra. Il passo per il trasloco di Jerry nel garage dei Burke è breve. Ma non quello per la riappacificazione. Troppo feroce è l’astio di Audrey per un uomo che doveva morire al posto del marito, perchè non meritava di vivere quanto lui e non meritava neppure di assaporare momenti indimenticabili con i suoi figli: vedere Dori immergere la testa nella piscina dopo anni di fallimentari tentativi da parte del padre o scovare Harper in un vecchio cinema, condividendo il segreto di Brian e della figlia.
Audrey non si capacita della morte del marito, non riece a liberarsi del dolore. E sapere che un uomo che con il marito aveva sempre condiviso tutto, ora è lì, come a farne le veci, è insopportabile. Così Jerry, finalmente sobrio, con un lavoro, un posto dove stare, affetti veri, non è più il benvenuto in quel garage nel quale, per un incendio, i Burke avevano perso le cose più care: fotografie, vestitini dei bambini, documenti (proprio da qui si s
piega la natura del titolo originale del film). Il circolo vizioso della droga si riapre e coinvolge, con Jerry, anche il dolore di due bambini che si sentono abbandonati per la seconda volta, e di una donna che prende in eredità la causa tanto cara al marito. Sono scene terribili, quelle della guarigione di Jerry, perchè non è uno scherzo sopravvivere all’astinenza. Ce lo racconta Susanne Bier come prima di lei avevano fatto Danny Boyle in Trainspotting o Luciano Ligabue in Radiofreccia, con la stessa intensità, con lo stesso dolore, la sofferenza, lo squallore, l’incapacità di sentire il proprio corpo, di relazionarsi con gli altri, di attaccarsi alla vita.
Eppure il lieto fine arriva. Non è come ce lo si aspettava, ma è ugualmente rassicurante. Anche se esplode nel pianto il dolore di una donna rimasta vedova troppo presto, che reclama con i pugni la vita di un marito perduto assieme a quelle cose che Audrey ritrova nella lista degli oggetti divorati dal fuoco dell’incendio; anche se cala un
velo di tristezza sulle ultime parole di Jerry, un incubo a occhi aperti, un passo verso la sanità, “un giorno dopo l’altro”, accettando quello che c’è di buono, secondo la lezione di Brian. Non c’è nessuna storia d’amore canonica. Solo un bacio accennato e respinto a fior di labbra, un’intimità che non sfocia mai nell’unione di due corpi solitari. Ed è qui che si cela la potenza della sceneggiatura di Allan Loeb e della pellicola di Susanne Bier: l’imprevedibile piega degli eventi. Elemento non comune in certo cinema dei giorni nostri.
tutto cinema!!!
ma nn serve il tuo nome..
ti riconoscerei tra mille, x cm scrivi.. e mi mancavi..
grazie x ieri sera. avevo paura a venire. sì.
xkè è tanto ke nn uscivo, tanto ke nn avevo il coraggio di andare tra la gente da sola.. sempre con le mie paure, e i ricordi ke tornano anke se nn vuoi.
ma sn stata felicissima di vedervi. e qndo sn andata mi veniva da piangere. x tanti motivi.
grazie.
ti voglio bene.
e nn voglio perderti.
A differenza di Muccino, ci sono dei registi che lavorano in America e restano fedei alla loro arte.
Devo ancora leggere la tua recensione di Juno, e sono curioso.
Ho visto Hard Candy ieri sera e mi è subito tornato in mente
il tuo blog, non capirò mai perchè certi film non vengono distribuiti in Italia, si potrebbe dire che Hailey Stark è
una Beatrix Kiddo teenager?
Ciao
Fabrizio