Katya: [angry] It’s been very nice wasting time with you, Peter Peders.
[she leaves restaurant table]
Peter Peders: [ louder, so she could still hear him] You, too, Cunt-ya.

Quale incubo peggiore, per un giornalista affermato e politicamente impegnato, se non trovarsi costretto ad intervistare un’attricetta di insulse serie tv, nota più per l’altalenante dimensione del suo seno che per qualche effettivo talento, mentre a Washington impazza lo scandalo politico del secolo? E’ quello che accade al malcapitato Steve Buscemi, calatosi nei panni del reporter Pierre Peders, per recitare, sceneggiare e dirigere il remake dell’omonima pellicola di Theo Van Gogh (omaggiato tra l’altro da un richiamo sulla fiancata di un camion e dalla dedica che apre i titoli di coda): un’apparente commedia alla soda caustica che si trasforma in un raffinato labirinto di bugie, segreti veri e supposti, un gioco d’astuzia, un inseguimento nel quale – sarà una delle battute finali dei due protagonisti – ci sarà un solo vincitore, e un solo sconfitto.
L’attrice intervistata è Katya, starlette alla ribalta, con il bel visino e la lunga chioma bionda di Sienna Miller, ovviamente caratterizzata da tutti gli stereotipi del caso: ritardataria, apparentemente inconsistente e frivola (si noti bene l’apparentemente, perchè sarà termine ricorrente nella dinamica della vicenda), impegnata in ruoli di serie B ma con aspirazioni da grande attrice consumata. E certo neanche Pierre sfugge al clichè del giornalista tutto d’un pezzo che preferirebbe trovarsi nel bel mezzo di un attentato kamikaze, piuttosto che stare ad ascoltare le risposte sfuggenti della biondina che sorseggia raspberry martini seduta al tavolo (rigorosamente appartato) di un ristorante alla moda. Il primo incontro tra i due si rivela disastroso, nella miglior tradizione del buon vecchio modello “l’intellettuale e la gallina senza cervello”, ma fin dalle battute iniziali appare evidente che le identità di Pierre e Katya non sono poi così antitetiche nè tantomeno schematicamente strutturate. Labile è il confine tra giornalista e intervistato e quando il filo della storia inizia a dipanarsi, non è più possibile distinguere chi abbia l’obiettivo puntato addosso e chi invece tenga il coltello (o la cinepresa, in questo caso) dalla parte del manico.
Un piccolo incidente stradale costringe un dolorante Pierre ad accettare l’ospitalità di Katya nell’enorme loft con vista sulla città. Il gioco ha inizio. In realtà la pellicola di Buscemi si svolge quasi interamente nello spazio chiuso dell’appartamento di Katya, in un clima che Augusten Burroughs definirebbe in gergo pubblicitario “Two Cs in a K” (”two cunts in a kitchen“), anche se non si tratta di due donne, il senso è lo stesso. Come n
el recente Sleuth (toh, che caso, un altro remake), i due protagonisti (toh, un altro caso Michael Caine e Jude Law, ex della Miller) si trovano rinchiusi in una villa futuristica minimal-chic senza combinare fondamentalmente nulla, lasciando alla conversazione e alla parola il potere di spingere avanti la vicenda. Ed è esattamente quello che succede in Interview. Pierre cerca di raccogliere materiale per un articolo, Katya non è minimamente disposta a lasciarsi intervistare e la serata si trascina tra pillole, alcool, telefonate sul cellulare dell’attrice (con una suoneria di cane che abbaia), droga, lezioni di seduzione, piccole rivelazioni più o meno scottanti e frammenti del diario segreto di Katya che rivelano a Pierre un’inaspettata profondità e un taciuto dolore.
Tra i due sembra instaurarsi un legame ambiguo e ambivalente, un’apparente (ci risiamo) attrazione ma anche un’inevitabile repulsione. La bipolarità di Katya è evidente: da una parte cerca ripetutamente di cacciare Pierre, il ficcanaso, il giornalista ma anche il “paparino” che cerca di rompere il muro del suo silenzio e della sua ostentata frivolezza con domande sempre più incalzanti e spinose, dall’altra però, lo vuole accanto a sè, per scoprirne i segreti inconfessati. E per un momento sembra quasi che i due abbiano
trovato qualcuno con cui essere se stessi, qualcuno a cui poter confidare il marcio della vita, quello che si sono tenuti dentro per anni o che hanno saputo esternare solo sulle pagine virtuali di un pc. Ma poichè l’apparenza è la chiave di volta di questa pellicola dai risvolti imprevedibilmente amari, quella che era cominciata come una delle tante, ritrite commedie sull’uomo bruttino ma intelligente che vede oltre la scorza di una fascinosa stupida (e magari se ne innamora), si trasforma in un trionfo di menzogne che hanno il solo scopo di approdare ad un’unica, sconcertante verità: Pierre è un bastardo e Katya una ragazza sveglia e sottilmente sadica. Eppure, ed è questo a rendere Interview tanto controverso per lo spettatore abituato – in questi casi – a simpatizzare per l’intellettuale sfigato, è impossibile non provare una certa empatia (dire ’simpatia’ sarebbe troppo) per Katya.
Il finale è crudele. Arriva quando credi di aver capito tutto, di aver decifrato il lato oscuro dei due personaggi ed esserne uscito illeso. E’ allora che ti colpisce come una tagliola, rimescolando le carte, rimettendo in gioco le ipotesi e le congetture, gettando una nuova luce su quelli che, a tutti gli
effetti, erano sembrati l’incarnazione del personaggio “tipizzato” con caratteri stilizzati e facilmente prevedibili. Il valzer delle bugie e delle verità, confuse tra loro e solo in parte svelate, conduce lontano da dove si credeva di essere arrivati e il sottile gioco psicologico seguito dalla cinepresa dello Steve Buscemi regista e ripreso da quella dello Steve Buscemi personaggio (a volte nelle mani di Pierre, a volte di Katya) si snoda nel vorticoso scorrere degli eventi notturni e nel tentativo di cogliere la gamma completa delle sfaccettature umane, le annulla, restituendoci l’immagine distorta di una realtà che non si presenta mai per come è veramente. Anche quando ci si era convinti del contrario.