Nicholas Garrigan: You’re a child. That’s what makes you so fucking scary.

Scozia, 1970. Nicholas Garrigan (James McAvoy), fresco di laurea in medicina, decide di puntare il dito sul mappamondo e lasciare al caso la sua futura destinazione. La prima meta designata dalla sorte è il Canada ma, giocando col destino, l’indice del giovane finisce sull’Uganda e Nicholas fa immediatamente le valigie, più per sfuggire alla dorata gabbia borghese di cene in famiglia a base di stufato e frustrazioni, che non per velleità umanitarie. Il primo contatto con l’Africa si rivela denso di novità e carico di aspirazioni, affrontato con la curiosità tipica di chi arriva per la prima volta in un luogo sconosciuto ed entra in contatto con una cultura agli antipodi della propria, un misto di disagio e fascinazione. Nicholas si impegna come medico in uno sperduto villaggio rurale, aiutato dalla bella moglie del Dottor Merritt, Sarah (Gillian Anderson). Il giovane viene presto informato della situazione politica del Paese. Caduto il governo “comunista” di Obote, è salito al potere, in veste di presidente, il generale Idi Amin Dada, in visita nel villaggio. Amin (interpretato dall’impressionante – per somiglianza e
bravura – Forest Whitaker, oscar come miglior attore protagonista) è un personaggio carismatico, in grado di ammaliare la folla con il proprio fascino e il proprio eloquio, con le promesse di un avvenire grandioso. Ma dietro all’apparenza da padre premuroso della nazione si cela una personalità facile all’ira che emerge quasi immediatamente quando Nicholas viene chiamato a prestare i soccorsi al presidente, ferito alla mano dopo un incidente non meglio specificato che coinvolge una mucca agonizzante. La prontezza di riflessi e la schiettezza del medico sono apprezzati da Amin che matura un sentimento di ammirata simpatia per il giovane e soprattutto per la sua patria: la Scozia, nelle fila del cui esercito Amin aveva militato in passato e per la quale ha ancora un vero e proprio culto (evidente nelle parate di ugandesi in kilt, nelle canzoni fatte intonare dalla banda locale e nei nomi – Campbell e McKenzie – dati ai figli).
Amin propone a Nicholas il ruolo di medico personale e, nonostante l’iniziale titubanza, il giovane accetta, forse per allontanarsi da Sarah, forse perchè conquistato dall’umorismo e dal carisma del presidente. Inizia un periodo idilliaco, fatto di regali costosi, cene di gala, trattamenti di favore per quella che diventerà la “scimmia bianca” di Amin. Garrigan di si trova catapultato nel bel mondo, confortevole, occidentalizzato e moderno di Kampala, centro dell’Uganda e sede della residenza del presidente, un trionfo di stoffe pregiate e felini imbalsamati, cibo in abbondanza (”non carne umana” primo presagio delle accuse – mai provate – del cannibalismo
di Amin) e corsie d’ospedale impeccabilmente pulite e funzionanti. Sullo sfondo, però, compaiono misteriosi individui legati al governo inglese che chiedono la collaborazione e le informazioni di Garrigan, suggerendogli una certa ostilità del governo britannico per quel leader politico che si fregiano di aver portato al potere ma di cui non sembrano affatto soddisfatti. Le certezze di Nicholas verso le buone intenzioni di Amin crollano miseramente dopo essersi trovato coinvolto, suo malgrado, in un attentato fallito ai danni del presidente, che rischia di costargli la vita. Il lato più infantile, capriccioso, schizofrenico e paranoico di quello che è diventato ormai un dittatore, emerge in tutta la sua violenza, con ripercussioni non indifferenti sia sulla condizione del Paese, sempre più in crisi (come testimonia il degrado del moderno ospedale), che su quella di Nicholas, intenzionato a tornare in Scozia ma obbligato a restare per il “bene dell’Uganda” e per far da “più stretto consigliere” ad Amin. Una relazione con la terza moglie dell’uomo, Kay (Kelly Washington), costretta all’isolamento perchè il figlio epilettico non rovini mediaticamente la figura del marito, non migliora la situazione del medico, che fatica a mantenere saldo l’apprente legame di fiducia con quel presidente le cui nefandezze sono ormai sotto agli occhi del mondo. E gli spari e il fumo delle armi che si levano sullo sfondo
della città sono solo una delle tante testimonianze delle stragi compiute ai danni di oppositori politici e civili (il bilancio storico sarà infatti di 300.000 vittime).
La sorte del giovane precipita nello stesso momento in cui sembra precipitare anche la credibilità internazionale del governo di Amin. Dopo un’agghiacciante vendetta ai danni della moglie adultera, il presidente, ormai sull’orlo della follia, deve fare i conti anche con le accuse della stampa internazionale. Consigliato da Garrigan – deciso a cooperare con gli inglesi per sbarazzarsi del leader ugandese – Amin organizza una conferenza stampa per mostrare al mondo “l’Amin che vogliono vedere”, quello che cattura gli sguardi e le menti, che convince con la parola gorgiana, quella che sa fare cose incredibili e divine, quella che piega anche il più scettico degli ascoltatori. Ma una nuova crisi internazionale è alle porte e il dirottamento di un aereo francese da parte di terroristi palestinesi in Uganda è il momento più adatto per Amin, per mostrarsi alle telecamere nella sua veste più cordiale e pacifica, mentre nella stanza accanto alla sala d’aspetto del terminal i suoi uomini torturano Garrigan, ormai caduto in disgrazia, in una delle suquenze più brutali e crude dell’intera pellicola. Ma la storia insegna che a volte, pur dopo anni di crimini e aberrazioni, la piega degli eventi può mettere in ginocchio anche il più spietato dittatore. Dopo otto anni di governo (dal 1971 al 1979), come tanti altri prima di lui, anche Amin è destinato a cadere. Eppure non sembra esserci una giustizia divina quando le parole che scorrono sullo schermo informano della sua morte in esilio nel vicino 2003. E nessuno saprà mai se quella fosse la data che Amin ripeteva ossessivamente di a
ver sognato, ritenendo di non poter morire se non per sua stessa volontà.
La pellicola di Kevin McDonald, ispirata all’omonimo romanzo di Giles Foden, a metà tra storia vera e finzione (il personaggio di Garrigan), è il ritratto di un uomo, un soldato, un leader politico, la cui personalità avrebbe potuto trainare un Paese come l’Uganda verso il progresso, verso un dignitoso distacco da quell’ingerenza Europea che aveva allentato la sua morsa solo con l’affermazione dell’autodeterminazione dei popoli, principio che sarebbe dovuto venire alla mente molto tempo prima della seconda metà del Novecento. Idi Amin Dada è un personaggio affascinante nella sua mostruosità, una follia silenziosa che non sembra minimamente trasparire dai filmati dell’epoca, dalle parate festose, dal sorriso di quell’uomo che Forest Whitaker interpreta in maniera magistrale, mettendone in scena la natura duplice, crudele e istrionica insieme. Un uomo in cui si scontrano il paternalismo e un’indole infantile, un uomo che ha sperimentato la povertà, la fame e che ora vive in un piccolo paradiso mentre fuori, nei villaggi, la gente abita in capanne costruite in mezzo alla polvere. Un uomo in cui convivono le contraddizioni di chi è salito al potere ma ancora crede di potersi spacciare per “uno come tanti, uno del popolo”. E di fronte a una personalità tanto imponente, la figura del giovane Garrigan, il dottorino che cerca il brivido dell’avventura nel continente nero, finisce con l’essere schiacciata o comunque appare per quella che è, una figura meschina che si rende conto troppo tardi di essersi lasciata trasportare da ardori irresponsabili, di essersi invischiata in qualcosa di più grande e incontrollabile. E sebbene James McAvoy sia uno degli attori hollywoodiani di nuova generazione più promettenti (basti come prova il ruolo accanto a Keira Knightley in Espiazione di Joe Wrig
ht), Nicholas Garrigan resta in ogni caso un protagonista per cui è difficile provare simpatia.
Al contrario, è difficile restare indifferenti al vero protagonista, Amin, difficile dimenticarlo. Continuiamo a credere che i mostri della storia o quelli del tg delle nove debbano smuovere tutto il nostro ribrezzo, la nostra umana compassione verso le loro vittime, il nostro rifiuto verso le loro azioni. Eppure siamo attratti dal morboso, ed è questo a tenerci incollati alle tv, è questo che non ci fa scappare dalle sale nel vedere le torture che Amin infligge a chi lo tradisce, è questo che ci fa vomitare, ma ci porta comunque a rivolgere lo sguardo all’orrore come Alex DeLarge ma senza che qualcuno ci costringa a tenere gli occhi aperti. Il sangue e la follia ci attragono e ci respingono allo stesso tempo come il sentimento del sublime, ma il desiderio di andare oltre l’umano è troppo allettante per farcelo rifiutare. Ed è per questo che la storia di Idi Amin Dada, nella sua bestialità, rimarrà impressa come un marchio a fuoco sulla carne. E sarà difficile scacciarla dai nostri pensieri.