Jack: I wonder if the three of us would’ve been friends in real life. Not as brothers, but as people.

Si possono dire due cose di Wes Anderson, l’amante degli animali impagliati: che sia un genio o che sia pazzo. Propenderei per la prima. Anche se è indubbio che un pizzico di follia sia uno degli ingredienti fondamentali per creare i suoi stravaganti capolavori. Dopo la saga familiare disfunzionale dei Tenenbaum, il regista texano (trapiantato nella Grande Mela), non si smentisce affatto, anzi, si ripropone con una pellicola che sarebbe riduttivo definire originale, incentrata sull’assurda rimpatriata di tre fratelli: Jack, Peter e Francis L. Whitman, a un anno dalla morte del padre (che non si vedrà mai) e dalla fuga della madre (Anjelica Huston, già Etheline Tenenbaum, che si vedrà solo alla fine).
The Darjeeling Limited inizia in realtà con un cortometraggio (da vedere prima del film) nel quale Jack Whitman (il qui baffuto Jason Schwartzman, quasi sempre a piedi nudi) incontra nella lussuosa stanza del parigino Hotel Chevalier (che dà il titolo al corto) l’ex-fidanzata (Natalie Portman) mai dimenticata, sensuale, piena di lividi e con uno stuzzicadenti in bocca. Un piccolo gioiello che ha fatto impazzire in rete i fan della Portman: l’attrice si mostra infatti senza veli per la prima volta (si parlava invece di clausole anti-nudo alla Sarah Jessica Parker) dopo essersi negata, totally naked, persino a Milos Forman. L’incontro è misterioso e velato di malinconia, rimane impresso il giallo dell’accappatoio (che tra l’altro Schwartzman continuerà ad indossare a più riprese nel film) e la melodia di Where Do You Go To (My Lovely) di Peter Sarstedt, s
ottofondo degli incontri romantici di Jack, ma il senso di questo piccolo assaggio sarà più chiaro solo con lo scorrere delle scene. La seconda parte della pellicola si apre infatti sulla corsa affannata, prima in taxi e poi a piedi, in una deserta e assolata stazione indiana, di un “business-man” (cammeo del grande Bill Murray, già nel cast dei Tenenbaum come marito apatico di Margot/Gwyneth Paltrow) che perde il treno, sorpassato dal più atletico Adrien Brody, con occhiali da sole giganti, che balza giusto in tempo sull’ultimo vagone del “treno per il darjeeling” del titolo, per ricongiungersi ai due fratelli. Brody è infatti Peter L. Whitman, il fratello di mezzo, spilungone e allampanato, quello che si è appropriato degli oggetti del defunto padre senza spartirli con gli altri e che aspetta un figlio dalla moglie, Alice (Camilla Rutherford).
Nello scompartimento del treno – dove Anderson mostra nuovamente e più che mai tutta la sua passione per tappezzerie kitsch e eccessi cromatici – Peter si sistema, non proprio comodamente, assieme a Jack, il fratello minore, e Francis (Owen Wilson), il maggiore, organizzatore del viaggio “spirituale” per riunire e riappacificare i tre fratelli che non si parlano da un anno. L’itinerario sarà fornito con pratici cartoncini plastificati dall’assistente personale di Francis, il mite Brendan (Wallace Wolodarsky), affetto da alopecia (o “albinite” dirà Peter). Che i fratelli provengano da una famiglia disfunzionale tanto quanto quella del pater familias Royal Tenenbaum, non è un mistero. Tutti e tre trangugiano sedicenti anti-dolorifici e sciroppi indiani per sballarsi, Peter – detto anche “massaggino” per via dell’emicrania – indossa vent’quattr’ore al giorno gli occhiali graduati del padre che ovviamente gli causano continui mal di testa; Jack controlla la segreteria dell’ex fidanzata (che gli ha lasciato il suo profumo “Voltaire n° 6″) e “vuole” la hostess del treno: Rita (o “limonata dolce”) mentre Francis, che ha la faccia bendata da un’impalcatura di gomma pi
uma e bende, a causa di una caduta in moto contro una collinetta, controlla i fratelli insofferenti in modo autoritario e ordina per loro il pranzo.
Le peripezie dell’improbabile trio hanno inizio già con la prima escursione in un’affollata cittadina indiana, dove a Francis viene rubata una scarpa costosa, Jack compra uno spray al pepe che gli tornerà piuttosto utile e Peter, oltre a qualcosa come quattro paia di scarpe, acquista un serpente che, puntualmente, si libererà sul treno rischiando di far cacciare i Whitman – disturbatori della quiete pubblica – sulla “terraferma”. Il primo tentativo di spiritualità fallisce miseramente a causa delle continue beghe fraterne, soprattutto riguardo una cintura, e i tre se ne tornano nel loro scompartimento dove, non contenti, tesi per continue incomprensioni e questioni irrisolte circa la morte del padre, finiscono comunque con l’essere sbattutti a terra, dopo una scena a dir poco esilarante che fa letteralmente piangere dal ridere. E forse è proprio questo ossimoro a racchiudere il senso del film: trasformare un evento drammatico in un’occasione per strappare un sorriso, un ironico e amaro sorriso, forse più vicino all’umorismo pirandelliano, ma comunque un sorriso e magari raggiungere il comico, a tratti, perchè di Wes Anderson ce n’è uno, e unica e rara è l’interpretazione che un regista così creativo e assolutamente originale sa dare della vita, della famiglia, dell’amore.
Sperduti nel deserto indiano, i fratelli Whitman avranno la loro occasione di redenzione: testimoni di un terribile incidente che li mette nuovamente a confronto con la morte, i tre torneranno indietro con la mente a un anno prima, al fatidico giorno del funerale del padre. Non resta dunque che ritrovare la madre, ora Suor Patricia Whitman, in uno sperduto convento indiano. Peter, Jack e Francis, tornati per un istante quasi bambini, affrontano con la madre i “demoni” del proprio passato, senza parlare, lasciando semplicemente scivolar fuori da sè, dagli occhi sbarrati, il dolore della perdita, il dramma e la tragedia apertamente
esorcizzati dallo sguardo ironico e dissacratorio di Anderson. Alla fine i tre si troveranno di nuovo abbandonati da Patricia e riusciranno a compiere, finalmente, l’ultimo rito spirituale. Arriva così il momento di lasciare l’India. Ma non su un aereo – e come potrebbero? – bensì su un treno, ricordo del luogo dove hanno riscoperto il loro legame, confrontandosi ciascuno con le proprie ossessioni e con quelle dell’altro (la paternità imminente di Peter, i tormenti amorosi di Jack, il desiderio di Francis di sistemare tutto). E mentre su un treno immaginario scorrono i tanti personaggi minori di questa stravagante avventura: Bill Murray “l’uomo d’affari”, Natalie Portman “l’ex fidanzata”, Alice, la presunta tigre del convento, Brendan, il barbuto controllore indiano, l’hostess Rita e un cammeo del vecchio domestico indiano di Gene Hackman nei Tenenbaum, su un altro treno, su altri binari, sfrecciano verso casa Jack, Peter e Francis L. Whitman. A condire il tutto, titoli di coda giallo-Tarantino con in sottofondo Les Champs-Elysées di Joseph Dassin.
Cercate un film originale, stravagante, paradossale? L’avete davanti. The Darjeeling Limited rappresenta la pura essenza di Wes Anderson: colorato, ironico, sfrontato e con personaggi che sembrano usciti da un fumetto caleidoscopico e psichedelico. Riaffiora la volontà di rappresentare pantomime di figure tipizzate, ognuna con le proprie manie: come i piccoli, geniali fratelli Tenenbaum che continuano a vestirsi allo stesso modo anche da grandi, caricature di se stessi, così anche i fratelli Whitman non si sottraggono dal rivelare le loro piccole-grandi ossessioni, segni distintivi
delle loro singole identità. Una menzione d’onore va al fantastico set di valigie animalier (le decorazioni zoologiche sono opera del fratello di Anderson) disegnate appositamente da Marc Jacobs per Louis Vuitton. Sono le valigie del padre, J.L.W, che i fratelli Whitman si trascinano ossessivamente dietro fino a che non arriva il momento di lasciarle andare, con tutto ciò che questo comporta. Si ride tanto e si riflette altrettanto, in questa pellicola che indaga la sofferenza umana senza cadere nel melò sentimentale, restando sempre sull’onda di una narrazione impietosamente tragi-comica, sostenuta magistralmente dai tre interpreti: Jason Schwartzman (imparentato con il Coppola co-sceneggiatore), Adrien Brody e l’attore co-produttore “feticcio” – se così si può dire – di Anderson, Owen Wilson, e da una regia che non conosce pari o meglio, simili. Ed è qui che sta la genialità un po’ folle che fa di Wes Anderson, un altro di quei registi a cui vorrei tanto “spulciare il cervello”.
Caspita! Il tuo blog è molto simile al mio…per non dire identico :o …Anche io mi occupo di recensioni cinematografiche, se ti va passa a farmi un salutino. :D:)
jikk
ps. Nei prossimi giorni dovrei recensire questo film sul mio blog ;)
Ho visto il film oggi pomeriggio, mi sono divertito, riesco a reggere OwenWilson solo quando è diretto da Wes Anderson, il viaggio è stato più piacevole di quello visto in “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, sempre dello stessa regista e con Murray, Wilson, Huston…
Posso essere cosi presuntoso da consigliarti un film, se ancora non l’hai visto?
Sangue-La morte non esiste, non ti deluderà .Continui a recensire film che adoro, purtroppo per il momento non posso andare al cinema, mi perderò il film di Guillermo Arringa, ero curioso di vedere il suo debutto da regista, hai visto Amores Perros scritto da lui
ps a parer mio il Blog di Jikk non è per niente simile al tuo,
è come paragonare il Grunge al BritPop.
Allora, per Amores Perros posso scommettere che ti piacerà più di Babel, non solo per Gabriel Garcia Berneal, non ti voglio aggiungere niente, lo sento, ti piacera anche più di 21 gammi.
Sangue- La morte non esiste è uno dei film che non ti lascia indifferente, l’unico difetto è che un pò lento nei primi 30 minuti, non sembra neanche un film italiano, vedendolo capirai perchè Elio Germano è il miglior attore Italiano in questo momento, con quel film ha fatto una svolta nella sua carriera.
Per quanto riguarda i contenuti del tuo blog, non vorrei aggiungere altro, abbiamo gusti letterari e cinematografici molto, molto , molto simili, per non dire identici, io adoro Chuck Palahniuk, ho quasi tutti i suoi libri anche in Inglese, per non parlare poi di Tarantino e fratelli Cohen.
Ciao