Elizabeth: So what’s wrong with the Blueberry Pie?
Jeremy: There’s nothing wrong with the Blueberry Pie, just people make other choices. You can’t blame the Blueberry Pie, it’s just…no one wants it.
Elizabeth: Wait! I want a piece.

Primo film americano dell’hongkongese Won Kar Wai: My Blueberry Nights, un titolo con una storia, un’anima, puntualmente massacrata e svilita dalla traduzione italiana che lo ha trasformato nell’insipido Un Bacio Romantico, è una pellicola delicata, che parla di cuori spezzati, tavoli da gioco, scommesse con i soldi e con la vita, dipendenza, ricordi e chilometri macinati in autostrada, e che ritrova nel film di Kar-Wai premiato a Cannes nel ‘97: Happy Together molte affinità (il viaggio on-the road, l’uso espressionista del colore – ma la fotografia è di Darius Khondji e non del geniale Chris Doyle,
l’ambientazione urbana, il bar come luogo di incontro per anime tormentate e solitarie, le complicazioni d’amore).
La musa del regista è qui la cantante pop-jazz Norah Jones, viso d’angelo e una voce inconfondibile che fa spesso da colonna sonora malinconica alla storia del suo personaggio: Elizabeth, a volte Lizy, a volte Beth. Elizabeth ha il cuore spezzato quando apre la porta del piccolo ristorante del dolce Jeremy (Jude Law), alla periferia di New York, e gli lascia le chiavi dell’appartamento del ragazzo che l’ha tradita, e forse anche quelle del suo cuore. La capacità di ascoltare di Jeremy diventa presto un placebo per le frustrazioni sentimentali di Elizabeth, che si ritrova ogni sera seduta davanti al bancone con una fetta di torta ai mirtilli (la preferita della Jones) e una pallina di gelato a consolarla. Perchè nessuno vuole la torta di mirtilli e così si viene a crerare una sorta di strana e misteriosa alchimia, una “corrispondenza d’amorosi sensi” tra quella fetta di dolce solitaria e una ragazza indifesa davanti alle batoste della vita (m
a non ai tentativi di furto in metropolitana). E tutt’a un tratto Elizabeth decide di partire, andarsene, mollare tutto e rimettere insieme i cocci della sua vita altrove. Se ne va senza neanche salutare Jeremy, lasciandogli semplicemente il ricordo di quell’ultima sera in cui l’aveva baciata senza che lei se ne accorgesse, addormentata sul bancone con la bocca sporca di gelato come i bambini.
La prima tappa è Memphis, dove Lizy si barcamena tra due lavori: cameriera in un fast-food (eccolo qua, l’amore di Wong Kar-Way per i luoghi di passaggio affollati e il cibo take-away) di giorno e barista in una bettola di notte. Mette via i soldi per comprarsi una macchina, un giorno. Ed è proprio una notte, dietro al bancone del bar, ancora sveglia per l’insonnia ma con la voglia di tornarsene a casa, che Lizy conosce Arnie (David Strathairn), poliziotto alcolizzato, cliente abituale e abitualmente a credito. La dipendenza di Arnie non è solo la bottiglia, nè gli innumerevoli gettoni bianchi che è costretto a prendere ad ogni nuovo incontro da sbronzo agli
Alcolisti Anonimi, ma anche, e soprattutto, l’ex-moglie, la bella e dannata Sue Lynne (una sensualissima Rachel Weisz) che invece di lui non ne può più, gettata com’è nel vortice dell’alcool, della menzogna e dell’esasperato desiderio di liberarsi una volta per tutte dalle mire possessive del marito. E quando ad Arnie succede qualcosa di terribile e Sue Lynne decide di saldare una volta per tutte il suo debito con sè e con il passato, voltando pagina, anche Lizy riparte. Mollando tutto di nuovo. Chiedendosi chissà quali ricordi restino di una persona quando abbandona la città in cui ha vissuto per tutta una vita.
La seconda tappa è il deserto dell’Arizona, poi il Nevada, dove Beth trova lavoro in un casinò, attratta e affascinata dai giocatori di carte. Al tavolo del poker incontra la spavalda Leslie (una Natalia Portman con insoliti ricci biondi), con la dipendenza del gioco. E come ogni dipendenza, anche Leslie, come Arnie prima di lei, è schiava di un vizio e di un’idea: non poter smettere, non poterne fare a meno, volere sempre di più. E ciò che Leslie vuole sono i duemila dollari faticosamente risparmiati da Beth, per poter
tornare al tavolo da gioco e sbancare la serata, promettebdo metà della vincita a Elizabeth o la sua Jaguar, in caso di perdita. E forse la vita è davvero tutto un bluff e non ci si dovrebbe fidare di nessuno, perchè nel momento in cui Beth accetta, tutto può succedere. La scaltra Leslie si rivelerà così una donna fragile, lacerata da una sofferenza apparentemente mascherata, un difficile rapporto con il padre, un confronto tra i due che non avverrà mai ma che sviscererà tutto il dolore nascosto. Beth non avrà la Jaguar, ma otterrà comunque la macchina dei suoi sogni e sfreccerà di nuovo a New York, perchè il richiamo della torta ai mirtilli e della dolcezza di Jeremy – dopo un anno di cartoline appassionate e telefonate sbagliate – è più forte, più importante di tutto il resto. La promessa di un nuovo inizio.
Come il segreto sussurrato da Tony Leung nell’incavo di un albero sul finale di In The Mood For Love, le labbra di Jeremy che si posano per la seconda volta su quelle, sporche di gelato, di Elizabeth addormentata, racchiudono la potenza di un sentimento inesprimibile a parole, un sentimento che ha bisogno di un semplice gesto per infrangere la barriera d’indifferenza eretta dallo spettatore più cinico a
difesa del suo sè, e conquistarlo. E non è un caso che proprio la scena finale sia stata ripetuta più e più volte per raggiungere la perfezione. Perchè in quel solo gesto c’era l’essenza dell’intera pellicola. Il sentimento incontaminato di un amore puro, che resiste nel tempo e a cui non serve alcun erotismo esibito. Basta un bacio. Uno soltanto. Un bacio unico e indimenticabile nella sua unicità, non il banale “bacio romantico” del titolo, malamente tradotto, di questo piccolo gioiello.