Vanessa Loring: Your parents are probably wondering where you are.
Juno MacGuff: Nah… I mean, I’m already pregnant, so what other kind of shenanigans could I get into?

Lo hanno definito il nuovo Little Miss Sunshine. E probabilmente avevano ragione. Perchè questo piccolo-grande film indipendente che ha trionfato al Festival di Roma e che rischia di sbancare i botteghini più di un hollywoodianissimo blockbuster, sembra sulla buona strada per diventare il caso dell’anno. Nato dalla penna (viruale) dell’ex-stripper (piccolo dettaglio che fa impazzire i giornalisti) Diablo Cody – che si è aggiudicata l’Oscar per la miglior sceneggiatura - Juno, portato sul grande schermo dal Jason Reitman di Thank You for Smoking , ha una carica esplosiva unica nel suo genere. Sostenuta da un’interprete eccezionale - la canadese Ellen Page - da una colonna sonora pazzesca e, ovviamente, da una sceneggiatura originalissima, la pellicola di Reitman, accolta dallo stesso regista con iniziale diffidenza, non è la solita, banale, commediola all’americana sul tema, ormai bistrattato, di gravidanza, adolescenti e aborto. E’ piuttosto la riflessione ironica e scanzonata di una sedicenne fuori dal comune, più donna che ragazzina, una che sa cosa vuole e q
uando. E non guarda in faccia a nessuno.
Il film è scandito dal passare delle stagioni, scritte a pastello sullo schermo, come in un fumetto. E fumetto sarà anche la nostra protagonista, Juno MacGuff (Juno in onore della dea Giunone e MacGuff del MacGuffin di hitchcockiana memoria), mentre cammina per la strada bevendosi litri di succo all’arancia da una tanica di plastica. Che Juno sia una ragazza “diversa”, non è un mistero. Non ha peli sulla lingua, è sboccata quanto basta, dice “okka” anzichè “ok”, si veste a strati (felpe, su maglioni, su magliette, su jeans e gonnelline – da notare la felpa rossa con cappuccio già culto in Hard Candy di David Slade) e non si scompone neanche davanti all’esito positivo del test di gravidanza fornitole dal sarcastico negoziante Rollo (piccola parte per Rainn Wilson, indimenticabile Arthur Martin in Six Feet Under). Si spiega così il flash-back della prima scena, in cui Juno ricorda, davanti al “più bel salotto” su prato che abbia mai visto, la sua prima – e fortemente voluta – esperienza sessuale con il miglior amico Paulie Bleeker (Michael Cera, al tempo George Michael in Arrested Development), spilungone timido e un po’ imbranato con un unico vizio: i tic-tac all’arancia e una passione: la corsa (il suo abbigliamento comprende infatti calzoncini gialli al limite della decenza, polsini e fascia gialla, canottiera giallo-bordeaux e calzini al ginocchio). Un’esperienza consumata su una vecchia poltrona da cui Juno, pipa in bocca e sorrisetto sardonico, darà al ragazzo attonito la notizia del giorno: I’m pregnant, togliendogli ogni responsabilità
perchè “non è stata una sua idea”.
La notizia della gravidanza non scompone minimamente la nostra eroina che decide, dopo una sgradevole esperienza nellla clinica per l’aborto, di esporre la situazione in tutta franchezza ai genitori. Se Juno non è il classico stereotipo della teen-ager media, tanto meno la sua famiglia è il prototipo della famiglia convenzionale. Il padre, Mac MacGuff (un simpatico J.K.Simmons) è un ex militare convertito alla vendita di aria condizionata e impianti di riscaldamento, la vera madre di Juno se n’è andata ma continua a regalarle cactus ad ogni S.Valentino, la matrigna, Bren (Allison Janney, la stralunata madre di Ricky Fitz in American Beauty) ha un salone di manicure e adora i cani, a completare il quadro c’è infine la piccola sorellina Liberty Bell (L.B.) MacGuff. Il tutto compresso in una villetta color carta da zucchero piena fino al soffito di qualasiasi cianfrusaglia (basti pensare alla stanza di Juno, tutta poster e vestiti buttati qua e là, con il mitico telefono-hamburger a dare un tocco di originalità in più).
Informati dello stato interessante della figlia, i MacGuff, dopo l’iniziale stupore, accettano la decisione di Juno di cercare i genitori perfetti per adottare il suo “fagiolo”, dimostrando una mentalità aperta che lascia di sassso e ammirando la de
terminazione di quella figlia un po’ “scema”. Le ricerche di Juno si stringono su una coppia benestante e che “viene bene anche in bianco e nero”: Vanessa (Jennifer Garner) e Mark (Jason Bateman, già padre di Michael Cera nel sopracitato Arrested Development) Loring. Lei, dolce e sofisticata, vuole a tutti i costi diventare madre, anzi, è convinta di essere nata per questo. Lui, affascinante compositore di jingle pubblicitari, appassionato di film splatter e con aspirazioni da rocker, crede che diventare padre significhi allenare la squadra di calcio del figlio e prepararlo per le interrogazioni di scienze. Nonostante tutto, Juno li sceglie, dando loro l’affidamento totale del bambino che sta per “scodellare”.
Il periodo più difficile sta per cominciare. In inverno il pancione di Juno inizia a ricevere occhiatacce da studenti e anziane bigotte in segreteria. In primavera Juno è ormai diventata una “balena spiaggiata” a cui tutti vogliono toccare la pancia. Eppure non c’è mai un momento di ripensamento. Juno sa che Vanessa è la donna giusta e anche quando le cose con Mark si incrinano, non si guarda indietro. Anche la situazione con Paulie non è delle migliori, soprattutto dopo un feroce scambio di battute davanti
all’armadietto. Ma il Gran Giorno, in un modo tutto suo, sistemerà le cose, portando un lieto fine tutt’altro che scontato. Ed è bellissimo l’accostamento delle scene finali: Juno e Paulie (con le scarpe infangate), sul letto d’ospedale, stretti in un abbraccio infinito, e Vanessa nella stanza giallo-crema del suo bambino, con appeso al muro il biglietto stropicciato di Juno. E poi, in estate, davanti alla villetta di Paulie, seduti sul muretto, di nuovo loro: Juno e il suo ragazzo (il “cacio sui miei maccheroni”) che suonano la chitarra cantando insieme Anyone Else But You mentre la cinepresa si allontana.
Juno conquista perchè è una pellicola onesta. Schietta, divertente, irriverente. Una di quelle da cui non sai mai cosa aspettarti. Non è una riflessione sull’aborto, anche se di riflessioni sull’argomento ne ha scatenate molte (anche nella politica italiana di questi giorni) e non è neppure una critica alla gravidanza indesiderata di un’adolescente impreparata. I genitori non sono ritratti come dei mostri, gli adulti non sono censori di ferro. Ascoltano. Certo, rimproverano, ma, anche, sorridono. In un certo senso Juno è un film sull’amore, e centrale è la domanda che “Jun-bruco” pone al padre, la speranza che una coppia possa amarsi e vivere insieme, felice, per sempre. E’ un film che parla di un amore finito, di un amore iniziato e destinato a durare, di uno che già dura da dieci anni, di quello di una donna
che non può avere figli verso il bambino di un’altra che sente suo, di quello di una matrigna verso la figliastra e di un padre verso la sua “bambina” che spera abbia proprio lui come unico ed eterno amore. E’ un film colorato, una sorta di scatola magica da cui esce di tutto, il manifesto di un certo tipo di famiglia, di un certo tipo di adolescente che sfugge dagli schemi, che non segue il filo logico della realtà stereotipata, i cliché, le tappe predefinite. Ed Ellen Page è eccezionale in questo ruolo. Ce l’ha cucito addosso, come se Diablo Cody avesse pensato esattamente a lei scrivendo la sua sceneggiatura da Oscar. Il piccolo folletto con le sneakers a quadretti è l’interprete perfetta dell’anticonformista Juno, la “maghetta” con la battuta pronta e il senso dello humor nel DNA, la ragazza che sa dire “mi sono innamorata di te” con estrema semplicità e sa trovare nel vicino di casa, l’amico che dorme in un letto a forma di macchinina, il compagno perfetto, la persona perfetta.
La prima impressione è che in Juno si respiri un senso accogliente, di casa. Come se la piccola villetta dei MacGuff ti aprisse la porta, invitandoti ad entrare in un mondo un po’ diverso, con tutti i suoi problemi e le sue domande ma anche un’impressionante, assoluta onestà nell’affrontarli. Un po’ come gli Hoover di Little Miss Sunshine. Perchè, fortunatamente, non ci sono solo famiglie-mulino-bianco a questo mondo.
Complimenti per la tua recensione, ne ho fatta una anch’io. Io ho visto questo film 5 giorni fa e continuo ancora adesso a pensarci. L’ho trovato il più bello che abbia visto negli ultimi mesi (e forse qualche anno). Semplicemente bello, ma molto intelligente.
Straordinario. Non trovo altre parole per descrivere questo film. L’ho recensito sul mio blog un mesetto fa, vieni a vedere e dimmi cosa ne pensi ;)
saluti
jikk