Jenny: If people die the moment that they graduate, then surely it’s the things we do beforehand that count.

1961, Twickenham, Londra. Jenny (Carey Mulligan) ha sedici anni, è brillante, suona il violoncello e sogna Parigi (un misto di Arianna e Sabrina) ma il padre (Alfred Molina) la vuole ad Oxford. Quando Jenny incontra il trentenne David il sogno di accedere ad una delle più prestigiose università britanniche si infrange contro le nuove possibilità che la vita sembra offrirle. Con David Jenny conosce l’amore e il sesso ma anche la bella vita, il jazz, i concerti, i ristoranti alla moda, e le sue prospettive subiscono un brusco cambio di rotta. Ma David non è l’uomo che dice di essere e il ritorno alla realtà sarà più duro del previsto.
Nick Hornby firma la seconda sceneggiatura della sua carriera (la prima fu Febbre a 90°, nel 1997), adattando per lo schermo il memoir di Lynn Barber, An Education, racconto di formazione al femminile nella Londra degli anni ‘60 (pare che ultimamente vadano per la maggiore). La pellicola, diretta dalla danese Lone Scherfig (e candidata a tre Oscar, tra cui miglior film e sceneggiatura non-originale), riporta le lancette della storia indietro di vent’anni rispetto ai ridenti ‘80 degli scapestrati giovanotti di The History Boys (tra i quali figurava anche Dominic Cooper, qui nei panni del raffinato amico di David), ma l’ossessione per Oxford non cambia. Certo, i ragazzi di Sheffield non avevano i dubbi di Jenny riguardo le loro priorità e la loro via verso il successo accademico era lastricata di fatica ma non di rimpianti. Femminismo ed emancipazione femminile giocano un ruolo fondamentale nell’influenzare le scelte di una donna in erba, divisa tra il sacrificio della propria intelligenza e le velleità mondane che la vita con David potrebbe garantirle. “Matrimonio o carriera?” si chiedevano le allieve di Julia Roberts in Mona Lisa Smile. Era l’America del maccartismo, non l’Inghilterra di MacMillan, e l’Università era una sorta di parcheggio per donne di buona famiglia in attesa di trovare marito ma le possibilità di scelta che Alfred Molina pone impietosamente di fronte alla figlia non sono poi molto diverse ed entrambe hanno un unico denominatore comune: il denaro. I soldi non crescono sugli alberi e se una ragazza non è in grado di trovare un uomo che la mantenga allora è proprio il caso che si
rimbocchi le maniche e trascorra le sue nottate sudando sui libri di latino.
La freschezza di Carey Mulligan (candidata agli Oscar 2010 come miglior attrice protagonista) non può che riportare alla mente la Audrey Hepburn dei veri Sessanta e nella sua spontaneità risiede la fortuna di una pellicola agrodolce che riflette sulle grandi scelte della vita e sui desideri di una ragazza che vuole crescere troppo in fretta, abbagliata dalle luci del mondo adulto fino ad esserne accecata. Appassionata di Ravel come dei dischi di Juliette Gréco, Jenny incarna l’amore di Hornby per la musica, elemento di spicco nelle pellicole tratte dai suoi romanzi (qui è composta da Paul Englishby ma la soundtrack contiene anche pezzi della Gréco, di Ray Charles e un brano inedito di Duffy, Smoke Without Fire). Ed è proprio grazie alla penna di Hornby, capace di tratteggiare con tocco leggero e delicato il passaggio dall’adolescenza alla maturità – attraverso un processo di educazione sentimentale e scolastica tutt’altro che spensierato – che An Education trova la chiave giusta per raccontare la sua storia.

talento, Daniel Day-Lewis conserva del Guido Anselmi di Marcello Mastroianni soltanto gli aspetti più infantili e danzerini, l’attitudine a non prendersi mai sul serio, a giocare con la verità e con i sentimenti di chi gli sta intorno, costantemente immerso in un’immaginazione senza confini. Eccessivamente tormentato ed eccessivamente “mammone” (scompare la figura del padre defunto ma resta la madre, interpretata qui da Sophia Loren), il Guido Contini di Day-Lewis traduce troppo spesso ad alta voce l’angoscia per il suo fallimento, rendendo fin troppo esplicito il senso di soffocamento silenzioso di Mastroianni nell’incipit di 8½.
sere urlate. Persino l’incontro con il Monsignore “durante la cura dei panni” perde tutta la spiritualità e l’ermetismo dell’originale, trasformandosi in un dibattito sulla (a)moralità e l’eccessiva sensualità dei film di Contini – che ritorna come un refrain all’interno della pellicola – come se “essere italiani” (è il titolo della canzone interpretata da Fergie/Saraghina) significasse soltanto strizzare seni, fare all’amore, essere cantanti e amanti.
è il pensiero di Ryan Bingham se ne discostano molto. Peccato, però, che la sceneggiatura di Jason Reitman e Sheldon Turner (premiata ai recenti Golden Globes) non voglia seguire i binari della convenzionalità e che il lieto fine canonico non trovi, qui, il suo posto. L’affetto dei familiari e l’incontro con una donna sconosciuta e incredibile possono cambiare le prospettive di un uomo ma non tutti sono ottimisti come il Cameron Crowe di Elizabethtown.
senso di disperazione di chi ha perso tutto e la pacata professionalità di Ryan è un campionario di frasi fatte e impassibilità, incrinato soltanto dal fugace colloquio con J.K. Simmons.
al punto da tradirne – sono le parole di Ford – e quasi ribaltarne il senso. Nella speranza di conquistare la fama eterna che l’effimero mondo della moda non è in grado di offrirgli, Tom Ford si rivolge al cinema, portando sul grande schermo la stessa eleganza e lo stesso stile che gli hanno permesso di far rinascere la Maison Gucci. Forte di un’estetica inappuntabile e di un gusto per il dettaglio che sfiora l’ossessione, A Single Man racchiude negli impenetrabili silenzi e nei particolari registrati dallo sguardo del protagonista, l’elaborazione di un lutto senza fine. I ricordi fluiscono dalla mente di George come diapositive da un proiettore: brandelli di una vita insieme, attimi di intimità domestica, fotografie in b/n che prendono vita. L’uso del primissimo piano “alla Michael Mann”, irrinunciabile esercizio di stile di Ford, è a tal punto dominante da diventare quasi fastidioso, un’intrusione nella vita altrui, come spiare un amplesso dal buco della serratura.
ne di un gioiello inestimabile: non una scatola priva di contenuto (“Perchè lo stile senza sostanza non ha valore”) ma un universo di percezioni umane che si schiudono davanti agli occhi. L’america dei Sixties prende vita tra una gigantografia di Janet Leigh in Psycho e un pacchetto di Lucky Strike comprato in un bar sull’oceano. L’atmosfera rivive nei costumi e nelle ambientazioni, ma è nel monologo di George ai suoi studenti che si cela la mentalità dell’epoca: sono gli anni di Cuba e della Guerra Fredda, ma anche del consumismo e della pubblicità, che da Madison Avenue instilla nella gente il desiderio di comprare ciò di cui non ha bisogno (impossibile non pensare ai Mad Men di Matthew Weiner e alla straordinaria ricostruzione storica del serial AMC); gli anni della paura e della discriminazione, delle minoranze “invisibili” che non devono turbare il quieto buon vivere. Gli anni in cui una casa di vetro come quella di George non è adatta ad ospitare due uomini che non possono baciarsi in pubblico.
dosi di ironia e leggerezza. Il polveroso grigiore della solitudine si riscalda a contatto con i ricordi, grazie alla fotografia di Eduard Grau, e il passaggio tra i due stadi è così repentino che si fatica a distinguere cioè che è reale da ciò che è immaginario: i due istanti si compenetrano e il calore degli attimi di vita vera (una nuotata nell’oceano, un twist con Charley/Julianne Moore, la migliore amica di sempre) esplode in una luce ritrovata. La morte ha impregnato così a lungo ogni angolo della sua esistenza che è impossibile per George non considerarla un’alleata, così infedele ed ironica da comparire come uno scherzo di cattivo gusto, proprio quando la rielaborazione del lutto sta lasciando il posto ad una rivalutazione delle piccole gioie della vita. E per quanto Tom Ford voglia scorgere nel suo film uno spiraglio di ottimistica speranza, rimane nella bocca una sensazione amara, di fronte al fotogramma su cui si chiude l’ultima giornata del suo uomo solo.
mplessa per poter essere davvero colta nella sua essenza, anche dietro le mille parrucche e gli orecchini vistosi. Prima è Lena, figlia addolorata, attricetta dai dubbi trascorsi, poi Magadalena, amante del potente finanziere Ernesto Martel (José Luis Gómez), imprigionata in una gabbia d’oro di possessione da cui non riesce ad uscire. L’incontro con Mateo la rende nuovamente Lena, donna rinata, che scopre il vero amore e ne subisce le conseguenze, ma la trasforma anche in Pina, protagonista dell’ultimo film di Blanco, Chicas Y Maletas, un misto di dolcezza e fresca spontaneità alla Audrey Hepburn.
ncano neppure le auto-citazioni: con l’inserto di Chicas Y Maletas il film si trasforma in una sorta di matrioska almodovariana. Se Blanco/Almodòvar ripercorre ad alta voce i nomi dei grandi registi che hanno segnato la sua formazione (Rossellini, Malle, Nicholas Ray per citarne alcuni) e un velato segno di stima verso Tarantino si può ritrovare nell’inquadratura dei piedi della Cruz fasciati da sandali rosso fuoco, non può sfuggire neppure un omaggio all’arte contemporanea, con Lena ed Ernesto avvolti nelle lenzuola come Gli Amanti di Magritte.
nista di questo
comune un po’ sorpassato.
Connie Nielsen) e il cognato perde completamente ogni leggerezza: l’ironia sul naso del barista e la costruzione della cucina, momenti di avvicinamento nella pellicola della Bier, diventano in quella di Sheridan motivo di litigio. A Natalie Portman – splendida come sempre – resta l’ingrato compito di incarnare una mogliettina nevrotica che ogni tanto fuma uno spinello e si lascia andare davanti al fuoco con l’aitante fratello del marito.
non aveva alcun tipo di connotazione militare) nei confronti del figlio più scapestrato, la rappresentazione dei talebani sadici e spietati, l’incapacità di Sam di reinserirsi nel nucleo familiare perchè “solo l’esercito può veramente capirlo”, ogni variazione operata da Benioff fa capo ad una retorica moralista e un po’ stantia che di europeo ha veramente poco.
ioni degne di Houdini (che potevano avere un senso in Æon Flux ma che qui rasentano il ridicolo), lo sciroppo al cioccolato scorre a fiumi e le sequenze emetiche di Linda Blair sono solo un vago ricordo. L’inferno è una ragazza adolescente, e a terrorizzare non è tanto il rito satanico dei Low Shoulder (ci sarebbe poi da osservare quanto poco realistico possa essere Adam “O.C.” Brody nei panni di un frontman dannato: ma è un teen-movie e si gioca anche con questo) quanto piuttosto la sfrontatezza della mangiauomini Jennifer, il cui sorriso diabolico nel salotto di Needy è forse quanto di più inquietante possa offrire la pellicola.
penna velenosa nemmeno Hannah Montana, The Rocky Horror Picture Show e la commedia fantasy-teen Aquamarine.
ella pellicola vira verso il dramma “di quartiere”) una sorta di fiaba contemporanea in cui l’anti-eroe è un postino di mezza età con un disperato bisogno di riscattarsi. Un uomo comune, con amici straordinari, capaci di tutto pur di farlo riemergere dal baratro (esilaranti le sedute di meditazione fai-da-te in salotto), una donna che, dopo anni di sofferenza, ancora lo ama e un angelo custode assolutamente fuori dal comune.
più grande dopo quella (o forse prima di quella) nella Corona (anche se il poliedrico Cantona si concede una strombettata sulle note di God Save The Queen). Nel pub, terreno d’elezione del tifo calcistico, si infiammano l’atavica rivalità tra United e City, l’ostilità verso Murdoch e Glazer (e verso la contaminazione USA della storica squadra dell’Old Trafford), le pretese “autonomistiche” e anti-capitalistiche dello United of Manchester. Portare fedeltà alla stessa maglia significa essere una grande famiglia e lo stadio, luogo ambiguo di aggregazione ma anche di violenza, diventa, nell’interpretazione di Eric Bishop, l’Eden in cui dimenticare le preoccupazioni familiari e scacciare la malinconia. Il calcio è qualcosa di sacro e Loach lo racconta con la stessa sensibilità e la stessa leggerezza con cui sa parlare della vita: perfino l’imponente “Operazione Cantona” del finale smentisce la fama degli ultras d’oltremanica, incontrando la completa solidarietà di uno spettatore che vede in essa un modo tutto originale e non violento di farsi giustizia da soli e vendicare i torti subiti.
chio di Walsh e la realtà, in un costante stato di distacco: la morte, il dolore dei feriti agonizzanti, i teschi accatastati, il libero arbitrio che si trasforma in eutanasia quando un pugno di cartellini blu e gialli decidono chi debba vivere e chi morire, tutto passa attraverso la lente della macchina. Mark continua a scattare anche quando l’orrore gli si scaglia addosso, in un impeto febbrile che non sembra conservare alcuna traccia di compassione. Non c’è ricerca di bellezza, nè di speranza: le sue fotografie gridano e, come dirà Elena, non potrebbero certo essere appese al muro come quelle di David.
, appunto, le dia il titolo – e la sceneggiatura dello stesso Tanović si sfalda presto, imprimendo alla vicenda una svolta facilmente prevedibile, anche quando il montaggio di Francesca Calvelli e Gareth Young mescola volutamente le carte, omettendo particolari, scombinando l’ordine cronologico dei fatti, ripetendo immagini (l’acqua del fiume, i fiori nell’aria) che dovrebbero consentire allo spettatore di ritardare la comprensione del quadro. Un Colin Farrell emaciato e sofferente (nella scena della svestizione sulla barella dell’ospedale di fortuna ricorda un Cristo deposto dalla croce), offre una performance di grande impatto emotivo, unita alla pacatezza quasi filosofica di Cristopher Lee, a cui è affidato il compito di “studiare l’animo umano” in relazione alle atrocità della guerra: un uomo che ha torturato una volta non avrà difficoltà a farlo una seconda, non c’è differenza tra uccidere un uomo e ucciderne mille, i “salvati” convivono con la colpa lancinante di essere sopravvissuti alle vittime. Solo i morti hanno visto davvero la guerra.