
“Io sfido Dio. Gli dò cinque minuti per fulminarmi. Se non mi fulmina, vuol dire che non esiste”. Sono queste le prime parole pronunciate da Benito Mussolini (Filippo Timi) nell’ultimo film di Marco Bellocchio (in concorso a Cannes con ottime probabilità di vittoria): Vincere. Siamo nella Milano del 1912 e la collera degli astanti si scatena contro il pensiero demistificante di un Mussolini ancora socialista e sindacalista, redattore dell’Avanti!, mentre una giovane donna lo osserva sorridendo in fondo alla sala. Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno) Mussolini l’aveva incontrato a Trento, nel 1907, in circostanze ben più oscure. Lo ritrova cinque a
nni dopo e, esattamente come quella notte tra le strade buie e fumose della città, ne è perdutamente innamorata. Ne diventa la passionale amante (ma lo sguardo freddo di lui guarda altrove durante l’amplesso, brutale e animalesco), la fedele compagna, tanto fedele e votata alla sua causa da vendere tutto per finanziarne il nuovo giornale: il Popolo D’Italia. Ma bastano pochi anni perchè tutto cambi: la guerra è alle porte, l’ambizione di Mussolini lo sta portando sempre più in alto (era, in fondo, il suo desiderio, sollvarsi dalla mediocrità) e Ida Dalser, con in grembo il primo erede del futuro Duce, è solo un intralcio, soprattutto dopo il matrimonio di lui con la cameriera Rachele Guidi (Michela Cescon), sua legittima moglie.
Ma Ida non demorde, si presenta sotto la finestra di Mussolini urlando il suo disprezzo, affrontando a viso aperto la stessa Rachele (causandole una collera isterica), mettendosi a nudo (letteralmente e provocatoriamente) tra i corridoi di una galleria d’arte futurista, senza mai smettere di gridare al mondo la sua identità (”Se nessuno mi ascolta, dovrò continuare a gridare” dirà al dottor Cappelletti di lì a poco). La donna viene così allontanata, spedita a Sopramonte, mentre in Russia impazza la Rivoluzione e la Grande Guerra sta per volgere al termine. In seguito, quando il regime si afferma in tutta la sua potenza, sarà separata da
l figlio Benito Albino (Fabrizio Costella) e rinchiusa in manicomio, prima a Pergine poi, per un breve periodo da lei stessa ricordato come “l’unico umano” di quegli anni, nell’istituto di San Clemente a Venezia, dove conoscerà la compassione di un intelligente psichiatra (Corrado Invernizzi) che le insegnerà il valore della sottomissione e del silenzio, offrendole un’acuta riflessione sulla necessità di “essere attori”, fingere obbedienza verso un regime che si è costretti a idolatrare, senza però riuscire a liberarla. Ci sarà l’occasione per una fuga ma sarà ormai troppo tardi. Ida e Benito Albino (impersonato, ormai grande, da un impressionante Filippo Timi) moriranno in manicomio, l’una nel 1937, l’altro nel 1942. “Vincere! E noi vinceremo!” saranno le ultime parole di Mussolini (quello vero, immortalato nella celluloide dei filmati d’epoca dell’Istituto Luce), prima che il calco in metallo del suo volto venga schiacciato da una pressa, segnando impietosamente l’imminente fine del regime.
Bellocchio (autore del soggetto e co-sceneggiatore assieme a Daniela Ceselli) prende spunto dall’opera di Alfredo Pieroni (ma trae notevole ispirazione dal documentario di Fabrizio Laurenti e Gianfranco Norelli: Il Segreto di Mussolini) confezionando un piccolo gioiello cinematografico, una pellicola che mescola passione, storia, politica e arte con efficacia straordinaria. Vincere è, per stessa ammissione di Bellocchio, un film profondamente influenzato dal Futurismo, un film futurista. Gli imperativi del movimento campeggiano a chiare lettere sullo schermo
(”Guerra!”, “La guerra, sola igiente del mondo”) e le immagini (di repertorio e non) celebrano il mito della velocità e della ruggente modernità sin dalle prime inquadrature. Si raggiunge l’apice con la visita di Mussolini alle sale della mostra futurista, un tripudio di onomatopee di fronte alle opere che hanno fatto la storia dell’avanguardia italiana. La musica (composta da Carlo Crivelli) esplode e bombarda la scena, segnando con forza gli anni dell’ascesa mussoliniana, gli anni della contestazione, delle marce in piazza, dei grandi ideali (”Con le budella dell’ultimo Papa strangoleremo l’ultimo re!”) che si trasformano rapidamente in quelli dell’interventismo e del voltafaccia socialista, fino ad arrivare alla dittatura e al Concordato con quella Chiesa che, in gioventù, non aveva mai potuto sopportare (”Ogni volta che vedo un prete mi viene voglia di lavarmi le mani”).
L’uso dei mezzi espressivi e di comunicazione - oltre a quelli artistici – è straordinario: Bellocchio sfrutta magistralmente le immagini di repertorio offerte dall’Istituto Luce e le inserisce nel film incorporandole con il girato, dando l’impressione di un collage perfettamente costruito (il volto della Dalser che si staglia in controluce su quello del Mussolini da cinegiornale è uno dei tanti esempi citabili, assieme alla proiezione di Christus di Antamoro sul soffitto della chiesa-ospedale sul Carso): Timi esce presto di scena per lasciare spazio al solo Benito Mussolini di celluloide, con il quale Ida si relazionerà fino all’internamento, diventando così la protagonista del dramma. Non mancano inserti intertestuali e metafilmici: il cinematografo è luogo di incontro (e scontro), di svago e di indottrinamento politico, e viene presentato più volte come elemento culturale e mass media d’eccellenza del
periodo, con sequenze assolutamente straordinarie (la proiezione de Il Monello di Chaplin di fronte al quale Ida, in lacrime, rivede la separazione padre-figlio che ha segnato in qualche modo la sua vita). Il tutto impreziosito dalla splendida fotografia di Daniele Ciprì: fortemente contrastata, in grado di calibrare con sapienza l’uso di luci e ombre, gioca in particolare sui volti degli attori (Timi che compare dal buio, illuminato solo a metà, alla porta di Ida, l’ombra della donna che emerge quasi minacciosa dal fumo delle bombe) e sulle sagome dei personaggi (le ombre degli spettatori in tumulto si sovrappongono alle immagini sullo schermo del cinema), dando vita a scene di impronta quasi teatrale, di una bellezza che mozza il fiato: su tutte, Ida che sparge le proprie lettere al vento, lanciandole dalla grata del manicomio, in una notte blu che si illumina di bianco, con una cascata di neve così bella da sembrare irreale. O, ancora, il dialogo, forse il più acuto del film, tra Ida e il suo psichiatra, nel giardino di San Clemente, dominato, come buona parte delle scene in notturna, da una luce blu, intensa e rarefatta che dona all’immagine un’atmosfera fiabesca, quasi magica.
Giovanna Mezzogiorno offre un’interpretazione sconvolgente, abbandonandosi ad un interminabile primo piano che ne cattura, senza lasciar scampo, ogni respiro, ogni singhiozzo, ogni più piccola emozione, fino alle lacrime che scorrono inarrestabili, ma con delicatezza, senza cadere
nell’eccesso melodrammatico. Filippo Timi lascia se stesso per sdoppiarsi nei due Mussolini (con i quali condivide un’impressionante somiglianza di sguardo, più che di fisico): il giovane idealista che sa perfettamente che cosa vuole diventare nella vita e arriva a liberarsi di qualsiasi ostacolo per raggiungerlo, e il figlio rinnegato diventato adulto, così sconvolto dalle proprie origini da restare senza fiato dopo un’infervorata imitazione del Duce (che diventa pantomima, rendendo ancor più ridicolo il Mussolini dei filmati d’epoca), inquietante negli ultimi istanti da folle, con i denti macchiati di sangue e l’urlo soffocato che segue alle parole in tedesco pronunciate da Mussolini sullo schermo, o forse solo nella sua testa.
La critica si spacca sul Festival di Cannes forse più controverso e agitato degli ultimi anni e neanche Vincere sfugge ai suoi (pre)giudizi. Quella italiana non sa decidersi, quella straniera grida entusiasta al miracolo e gli ammiratori di Bellocchio sostengono il maestro a spada tratta. A prescindere da tutto questo, il grande pregio di questa pellicola (probabilmente uno dei migliori film italiani da molto tempo a questa parte) sta nel voler inquadrare un pezzo di storia italiana troppo spesso considerata un tabù da
bypassare, una responsabilità – quella di aver avviato il modello totalitario più esportato al mondo, aprendo la via ad uno dei capitoli più neri della storia mondiale – da cui si preferisce fuggire, piuttosto che affrontarla. Ne emerge un’opera forte e delicata, il cui spirito ossimorico è ben rappresentato dai suoi due protagonisti: una romantica, eterna sognatrice, che sacrifica tutto per amore, rassegnandosi solo alla fine all’ineluttabilità del reale, e un ambizioso senza scrupoli (Timi dice di voler “umanizzare” il suo Mussolini, pur non amando il personaggio e, in effetti, l’impresa riesce ardua) che sacrifica tutto per il potere, senza rassegnarsi mai, neanche di fronte al crollo. Che dire? Più che un film, un’opera d’arte.