John Dillinger: I like baseball, movies, good clothes, whiskey, fast cars… and you. What else you need to know?

1933. Dopo la rocambolesca evasione del gangster John Dillinger (Johnny Depp), il direttore del Bureau J. Edgar Hoover (Billy Crudup) apre una spietata caccia all’uomo contro il nemico pubblico n. 1 dell’FBI. Il gioco del gatto e il topo tra Dillinger e il G-man Melvin Purvis (Christian Bale) lascerà una scia di cadaveri dietro di sè e terminerà la sua corsa all’uscita di un vecchio cinema.
Michael Mann, 66 anni, quattro nomination all’Oscar e neanche una statuetta, torna sul grande schermo tre anni dopo la versione cinematografica di Miami Vice (telefilm poliziesco di cui fu produttore negli anni’80), firmando un ambizioso gangster movie (impossibile definirlo altrimenti, nonostante la diffidenza di Mann verso le etichette di genere) sulla vita del criminale americano più celebre della Grande Depressione.
Incarnazione dell’uomo di cinema tuttofare, Mann dirige, scrive, produce, e non si esime dal curare fotografia, luci e colonna sonora (Alì) delle sue opere. Per raccontare la storia di Dillinger, le fughe, le rapine, l’amore per l’indio-francese Billie Frechette (Marion Cotilliard), le amicizie sbagliate (il sodalizio con il gangster pazzo Baby Face Nelson), gli azzardi, sempre sul filo del rasoio fino all’inevitabile epilogo, Mann si avvale della collaborazione di Ronan Bennett e Ann Biderman alla sceneggiatura. L’uso combinato e insistito di camera a mano e macchina da presa digit
ale rende meno evidente il suo perfezionismo stilistico (altro termine da prendere con le pinze) rispetto ad altri lavori precedenti e la sovrabbondanza di primi e primissimi piani (stretti fino al particolare) esplicita la costante volontà di imprimere alla propria regia una sensibilità che vada oltre il puro dato tecnico: come se comprendere un personaggio significasse entrargli dentro, passando direttamente per il suo volto e per il suo sguardo. La fotografia “pittorica” (tra le fonti di ispirazione i dipinti di Hopper) di Dante Spinotti – ritrovato sul set di Nemico Pubblico dopo le collaborazioni in L’Ultimo dei Mohicani, Heat e The Insider - dimentica le sequenze virate in blu care a Mann per concentrarsi su una sapiente alternanza di tonalità calde e soffuse, scene a forte contrasto e un’illuminazione a tratti così abbagliante da sembrare irreale (l’inseguimento di Pretty Boy Floyd nel frutteto).
Ne emerge una pellicola profondamente vera, negli intenti e nei risultati, in cui il realismo passa attraverso la ricostruzione scenografica (a cura di Nathan Crowley) e storica di un’America anni ‘30 quantomai lontana dal diventare stereotipo o, peggio, macchietta. L’onestà di rendere omaggio ad un’epoca e ad un fuorilegge che fece epoca si ritrova nella scelta di usare armi rigorosamente vere e nella superba performance offerta da Johnny Depp e Christian Bale, che assumono i panni di Dillinger e Purvis come fossero i propri. Di Dillinger Johnny Depp rappresenta i due volti: l’arroganza e la freddezza del killer (ammette con spavalderia di fronte ai giornalisti di poter svaligiare una banca “in un minuto e quaranta secondi, esatti”) ma anche la tenerezza e il senso di protezione verso una donna amata al punto da metterlo nei guai. Christian Bale, psicopatico senza pietà, supereroe mascherato o prestigiatore, presta l’impenetrabilità del suo volto al personaggio di Purvis, in grado di non lasciar trasparir
e le proprie emozioni neanche di fronte ai metodi coercitivi e disumani imposti da Hoover ai suoi agenti.
L’America della Grande Crisi prende vita in Nemico Pubblico di Michael Mann come un’istantanea in bianco e nero che si tramuta in realtà (un passaggio visivo riscontrabile nell’intervista di Hoover sulle tv del tempo) e la fedeltà del regista alle atmosfere e agli animi dell’epoca è inappuntabile. Dillinger, cinefilo appassionato, assiste all’ultimo spettacolo della sua vita (Manhattan Melodrama di W.S. Van Dycke) al Biograph di Chicago ed è come essere là, tra la folla che la sera del 22 luglio 1934 lo vide morire. Sono le sequenze più drammatiche del film, frenetiche come la regia di Mann che, quando si allontana dai volti dei suoi personaggi, li insegue in scene epiche e violente (la sparatoria nel bosco, l’evasione dal carcere dell’Indiana) che impediscono alla tensione di abbassarsi. Ricchissima e accurata la soundtrack che affianca alle musiche originali di Elliot Goldenthal il ritmo di Ten Million Slaves di Otis Taylor (più volte ripreso all’interno della pellicola) e la splendida voce di Billie Holiday. Sue le ultime parole di Dillinger all’amata Billie Frechette: Bye Bye Black Bird.

ano una sfida personale presto condivisa con migliaia di ammiratori, con tutti i problemi che questo comporta. Ma la Ephron, qui regista e sceneggiatrice, non spende troppo tempo a sottolineare incomprensioni e tensioni: autrice di veri e propri cult della commedia romantica contemporanea (è suo lo script di Harry ti Presento Sally) sa come realizzare una pellicola leggera e brillante, nella quale il talento della Streep, statuaria nel fisico (Julia Child raggiungeva quasi l’1.90) e nello spirito, non può che essere esaltato.
Nei pochi metri quadrati della sua cucina, Julie conquista una libertà che non ha nulla a che fare con il “cubicolo” in cui lavora di giorno: tra uova in camicia che non vogliono saperne di venire a galla e aragoste impazzite (geniale la scelta di Psycho Killer dei Talking Heads per sottolineare i rimorsi della giovane chef) la vita trova una sua direzione e ciò che prima era frustrante e senza senso diventa un progetto da portare avanti con dedizione rigorosa. Allo stesso modo, cinquant’anni prima, in una Parigi stranamente popolata da personaggi tutt’altro che scorbutici, Julia Child non si scoraggiava di fronte a nulla e la sua attitudine a prendere la vita come veniva contagiava (quasi) tutti. La sua bizzarra allegria spopolò a tal punto in patria da generare una serie dilagante di parodie e imitazioni (nel film quella di Danny Akroyd al Saturday Night Live) e la stroncatura ricevuta dall’insopportabile direttrice del Cordon Bleu non fece che aprirle la strada per il successo. Il suo desiderio non fu solo quello di insegnare agli americani l’arte della cucina francese ma far capire ai suoi lettori che di fronte a salse e pollame si schiudeva l’opportunità di godere della vita senza preoccupazioni: mangiare e cucinare per essere felici. Bon appetit, e al diavolo il resto.
eloquente di un gruppo di militari in trip da LSD in pieno deserto medio orientale.
costretti a reprimere i loro istinti carnali e vitali: Martin, figlio del pastore, viene legato al letto per impedire che commetta atti impuri verso la sua “tenera carne”, mentre la sorella Klara, vestita a lutto e abbottonata come una puritana, orienta le sue pulsioni sadiche verso una povera bestia. Vessati da un padre-padrone che si fa forte di un’autorità non solo famigliare ma anche religiosa, imbevuti di un’educazione repressiva e castrante, in cui la frusta risolve a suon di sferzate qualsiasi insubordinazione e mancanza di disciplina, Martin e Klara (la femmina più del maschio) si trasformano in presenze diaboliche che appaiono e scompaiono sui luoghi del crimine, e il nastro di seta bianca che la madre lega loro al braccio o tra i capelli simboleggia una purezza che non esiste più da tempo.
gner, devastato dalle torture subite. La violenza verbale è insostenibile: le lunghe prediche del pastore – che affama la famiglia per punire il ritardo dei due figli ma è addolorato perchè fustigarli fa più male a lui che a loro – risultano a tal punto odiose che non si può far a meno di trovare una seppur squallida giustificazione alle azioni aberranti della sua prole mentre il dialogo tra il dottore e la levatrice-amante è di una crudeltà al limite di ogni umana sopportazione, carico di un disgusto che ha il solo scopo di ferire, umiliare, torturare con la sottile perfidia delle parole.
e e chiudere la sua opera. Essenziale e terrificante, l’assenza di qualsiasi cromatismo è di un manicheismo ironico e ambiguo. Il bianco del nastro è come il bianco delle tenute dei golfisti di Funny Games, non ha importanza ribadirne la purezza se le immagini intervengono immediatamente a smentirla. Il vuoto delle coscienze, il gelo dell’animo, la fredda, impietosa, lucida follia, si rispecchiano nella neve che si staglia a perdita d’occhio e anche i campi coltivati sembrano enormi distese sterili, senza alcun afflato vitale.
guida di Carol Max scoprirà i confini di quella terra magica, ricoperta da boschi di alberi spogli, distese di peschi in fiore, deserti, spiagge e spianate brulle, un’isola che racchiude un intero universo, dove i mostri si muovono con assoluta disinvoltura, uniti da un legame che il Re non dovrebbe far altro che cementare. Ma è difficile rendere tutti felici e Max non ci metterà molto a scoprirlo. La costruzione di un’immensa fortezza perfetta dove poter dormire ammucchiati e scacciare gli intrusi farà emergere rivalità ed emozioni sopite: giunto al limite della sua sfrenata fantasia Max sentirà il bisogno di ritornare là dove si era sentito incompreso.
operta. Ma è anche un’esperienza profondamente adulta, matura, che permette allo spettatore accorto di capire esattamente cosa significhi la parola arte applicata al cinema. Le scenografie di K.K. Barrett e le sconfinate ambientazioni tolgono il fiato (la costruzione del forte è un capolavoro architettonico) ma il vero gioiello della pellicola è la sublime fotografia di Lance Acord (vecchia conoscenza sia di Jonze che dell’ex-moglie Sofia Coppola), un tripudio di luci usate con la stessa maestria di un direttore d’orchestra, capaci di creare l’atmosfera perfetta in ogni situazione climatica e temporale. E le musiche composte da Carter Burwell e Karen Orzolek, mescolando melodie leggere e spensierate, suoni della natura, rumori, sussurri, voci di bambini, costituiscono la colonna sonora perfetta.
co? Mentre il mistero attorno al multiforme e schizofrenico Tony si dirada lentamente, le lancette corrono e la vita di Valentina è sempre più in pericolo. Chi riuscirà a salvarla?
fantasy in CG, ritornando infine ad una realtà ancor più stridente nella sua piatta normalità.
che uno studente sud-coreano con scarsa padronanza dell’inglese prima lo corrompe e poi lo minaccia per migliorare i propri voti.
lla premiata ditta Ethan & Joel Coen,
ssa abbattersi su un uomo che, in effetti, non ha mai fatto niente di male (se si esclude, certo, la sbandata etica sul finale) e l’assoluta mancanza di razionalità da parte delle “guide” spirituali della comunità non fa altro che intensificare il vuoto di risposte.
ccolo esercizio di stile).
con toni apertamente denigratori la loro stessa “categoria” (è il monologo di Lars su Ernst Röhm) e arrivando, a tratti, a negare se stessi (Jimmy si considera diverso dai “froci” presi di mira dal gruppo). Non è dunque l’orientamento sessuale in sè a costituire un problema, quanto piuttosto l’ostilità che i compagni naziskin dimostrano nei suoi confronti. E non è certo casuale che la pellicola si apra sul pestaggio di un ragazzo gay fresco di coming out.
lucinato, ma l’atmosfera è magica, l’amore è nell’aria, e tutto è “bellissimo”, anche quando rimangono soltanto una distesa di fango e spazzatura su un’enorme collina e un palco che sta per essere smontato.
ssequi e anche di fronte agli stereotipi tipici del periodo, la freschezza della storia ha il sopravvento: nulla è banale, avvolto com’è in un alone fatato di magia, come se quello sperduto villaggio della Costa Orientale fosse diventato veramente, e solo per tre giorni d’agosto, il “centro” pulsante “dell’universo”.
guardi increduli di madre e figlia: Ricky mette le ali.
misurano le ali, ricoprono gli spigoli perchè possa volare senza farsi del male, con tanto di caschetto e ginocchiere. Nulla sembra più vicino alle consuete preoccupazioni familiari per il benessere di un neonato e niente è più naturale dell’ambiguità di Lisa, la primogenita che guarda con diffidenza, ma anche con affetto, il suo piccolo “rivale”: il suo invito a “volare”, per quanto interessato (sarà di nuovo figlia unica), è anche l’augurio sincero di una vita felice, lontana dagli sguardi indiscreti, verso la completa libertà.