Lt. Aldo Raine: I’m gonna give you a little somethin’ you can’t take off.

1941. Nella Francia occupata dai nazisti lo spietato Colonnello Hans Landa (Christoph Waltz), soprannominato “Il Cacciatore di ebrei”, compie una retata nella fattoria di Monsieur LaPadite: ci sarà una sola sopravvissuta, la giovane Shoshanna Dreyfus (Mèlanie Laurant). Non lontano, un gruppo di soldati americani animati da un feroce odio antinazista, i cosiddetti “Bastardi”, capitanati dal sardonico tenente Aldo “L’Apache” Raine (Brad Pitt), mietono vittime tra le fila tedesche, portandosi a casa gli scalpi nemici e lasciando che i sopravvissuti raccontino al Führer l’orrore subito, seminando il panico.
1944, Parigi. Shoshanna ha cambiato nome e gestisce un piccolo cinema in cui è costretta a proiettare i lavori della Riefensthal e di Pabst per compiacere il regime. Corteggiata dall’eroico soldato tedesco Fredrick Zoller (il Daniel Brühl di Good Bye, Lenin!) e portata al cospetto di Goebbels (autore di un film dall’eloquente titolo Orgoglio della Nazione, con Zoller protagonista), Shoshanna/Emmanuelle si trova di fronte ad una succulenta occasione di vendetta: il suo cinema ospiterà la serata di gala per l’anteprima del film. Quale occasione migliore per sterminare un buon numero di nazisti? Il progetto della giovane andrà a coincidere, inconsapevolmente, con l’Operazione Kino del governo britannico (grazie al lavoro dell’attrice-spia Bridget Von Hammersmark/Diane Kruger) e alle mire omicide dei “Bastardi”, mai sazi delle loro imprese, fino all’imprevedibile conclusione: un finale col botto.
Ultima e attesissima pellicola di Quentin Tarantino, presentata a Cannes 2009 (Prix d’interprétation masculine al semi-sconosciuto attore austriaco Christoph Waltz) e possibile candidata agli Oscar 2010, Inglorious Basterds (nella sgrammaticata v
ersione originale) prende spunto dal film di Enzo G. Castellari Quel maledetto treno blindato (1977), deliberatamente rivisitato in salsa tarantiniana in un progetto durato dieci anni. Il tema della vendetta, già ampiamente eviscerato nei due volumi di Kill Bill, viene qui declinato in ambito storico, attraverso le vicende di personaggi le cui strade parallele finiscono inevitabilmente con l’intrecciarsi. La crudeltà manifesta e divertita dei Bastardi, ossessionati dal desiderio di accumulare il più alto numero possibile di “trofei” nazisti (la pratica di rituali Apache caldeggiata dal “sangue misto” Aldo Reine, così come il massacro che apre il film, non possono non ricordare Sentieri Selvaggi) si unisce al freddo risentimento di una donna capace di compiere un atto suicida pur di chiudere i conti col passato. A coloro che si aspettano esplosioni di violenza incessanti e sangue che zampilla come un geyser in stile Resa dei Conti alla Casa delle Foglie Blu, è doveroso precisare che Brad Pitt e compagni non sono i soli protagonisti di questa pellicola, a discapito di quanto annunciato nel trailer.
Bastardi Senza Gloria promette senz’altro di accontentare i famelici fan di Tarantino, tale è il dispiegamento di elementi che costituiscono l’ormai inconfondibile marchio di fabbrica del regista di Knoxville, a partire da un incessante non prendersi mai troppo sul serio, che gli consente di bypassare con leggerezza critiche e polemiche legate alla a-storicità della sua pellicola e alla mancanza di riferimenti alla Shoah. Non è quindi un caso che Tarantino parli di umorismo prima ancora che di violenza in relazione ai suoi lavori.
La struttura narrativa, divisa in capitoli, si rifà apertamente a Kill Bill e, tanto per non smentirsi, già dalle prime battute l’auto-citazionismo è alle porte. I dialoghi sferzanti e ai limiti della verbosità sfidano il plurilinguismo e l’eccezionale Christoph Waltz si destreggia con assoluta scioltezza tra tedesco, francese, inglese e italiano (nell’esilarante siparietto con i tre “finti siciliani”). La filosofia tarantiniana non si fa attendere e, dopo monologhi su supereroi, canzoni di Madonna, massaggi ai piedi, boxeur falliti, film anni ‘60 e chiacchiere femminili, si unisce al coro un’acuta riflessione antropologica sull’atavico disgusto dell’essere umano nei confronti dei topi e sull’inevitabile paragone con la “razza” ebrea. La macc
hina da presa volteggia in tutte le direzioni ed è impossibile non ritrovare la firma di Tarantino praticamente dietro ad ogni movimento: l’uscita di Shoshanna/Emmanuelle dalla sua stanza, interamente ripresa dall’alto, ricorda la sequenza della Sposa/Black Mamba nel bagno della Casa delle Foglie blu; l’inquadratura dall’interno del cofano/bagagliaio aperto, presente in tutte le pellicole precedenti, lascia il posto al contre-plongée del volto di Raine, che ammira e commenta le sue “opere d’arte” (la svastica incisa nella carne dei nazisti liberati). Non manca neanche il tocco fetish del piede smaltato di Diane Kruger in primo piano, tanto per celebrare l’ossessione erotica del regista per le estremità inferiori, ormai leggendaria. Ma potrebbe nascere anche un nuovo feticismo, quello del collo: la cicatrice di Raine rimane un mistero (un altro MacGuffin alla Pulp Fiction?) e le mani che strangolano la Kruger (per sua stessa ammissione) non sono quelle dell’assassino, bensì quelle del regista.
Tarantino fa man bassa di citazioni, come da contratto, e offre la più alta celebrazione della settima arte, in tutte le sue sfaccettature, a cominciare dall’omaggio ai B-movies all’italiana (Castellari, nel cast nella parte di se stesso, come (s)punto di partenza), passando per riferimenti più o meno espliciti alla filmografia americana (Brad Pitt che si esibisce in una malriuscita parodia del Padrino) e straniera: Mike Myers veste i panni del generale inglese Ed Fenech (evidente riferimento all’omonima Edwig), il tenente Archie Hicox (Michael Fassbender) si presenta come critico cinematografico ed esperto di cinema tedesco anni ‘20 e Diane Kruger veste i panni di un’attrice teutonica più ammirata della Dietrich. Ma non finisce qui: Tarantino sceglie di ambientare le sequenze più significative della pellicola in un cinema e non è difficile intuirne il perchè. Goebbels, autore della propaganda nazista, è qui figura chiave: disgustoso e grottesco (il suo lato animalesco è rappresentato, con humor nerissimo, dall’unica, rapidissima, scena di sesso del film: a Julie Dreyfus l’impietoso ruolo di amante) si commuove come un bambino di fronte ai complimenti del Führer e il suo film-”capolavoro” (ricreato ad hoc da Taran
tino) offre al regista la possibilità di una digressione metafilmica che va presto in fumo (in tutti i sensi).
L’impostazione narrativa riprende appunto quella di Kill Bill: oltre alla già citata suddivisione in capitoli non mancano inserti “fumettistici” (i “gerarchi” nazisti indicati con freccette pastello), flash-back e spiegazioni offerte dalla voce narrante di Samuel L. Jackson (prima fra tutti l’esilarante presentazione del sadico “Bastardo” Hugo Stieglitz). Di certo non si può sorvolare sulla pazzesca colonna sonora (e neanche in campo musicale mancano le auto-citazioni) largamente composta da brani di Morricone, selezionati con impareggiabile attenzione per sottolineare ogni scena. Minuziosa anche la scelta degli attori: tra i volti più noti del cinema hollywoodiano uno strepitoso Brad Pitt, sarcastico, scurrile, violento, che mescola Mickey Lo Zingaro e Tyler Durden in un solo personaggio e una Diane Kruger costretta a corteggiare a lungo Tarantino prima di avere la parte (quasi quanto l’ottima attrice-regista francese Mélanie Laurent), senza contare i piccoli ruoli di Mike “Austin Powers” Myers, Julie “Sofie Fatale” Dreyfus ed Eli Roth, a cui viene affidata la parte del cruento Orso Ebreo, il “Bastardo” che gioca a baseball con le teste dei nazisti. A dominare la scena è però Christoph Waltz, attore dall’incredibile talento, conosciuto in patria per ruoli televisivi e praticamente ignoto al pubblico internazionale, rispolverato da Tarantino alla veneranda età di cinquantadue anni con quella che si potrebbe ormai definire “l’operazione Travolta”. Oltre a passare fluentemente da una lingua all’altra, Waltz è in grado di saltare dal registro comico a quello più drammatico con un solo sguardo: vera perla del film, potrebbe avere buone chance di trionfare alla notte degli Oscar. Il cast corale (l’unica vera protagonista potrebbe essere Shoshanna), galvanizzato dall’entusiasmo di Tarantino (il motto “Noi amiamo fare bei film!” pronunciato a più riprese sul set deve aver contribuito non poco ad
alzare il morale della troupe) svolge un egregio lavoro, a conferma del fatto che, se ben diretto, anche il più banale degli attori può raggiungere grandi risultati.
Come di consueto, quando si ha a che fare con una personalità come quella di Quentin Tarantino, è difficile comprimere in poche righe la complessità di spunti che le sue opere suggeriscono e non è strano che, nonostante una produzione relativamente contenuta, sul regista del Tennessee siano già stati scritti innumerevoli volumi. Scanzonato, spassoso, ironico, caustico, cinico nella misura giusta e contaminato da una cinefilia praticamente inesauribile, Bastardi Senza Gloria ha tutte le carte giuste per fare ciò per cui il cinema è nato: intrattenere. Non ci si distrae un attimo di fronte allo spettacolo del prestigiatore Tarantino, sempre pronto ad estrarre un altro coniglio dal cilindro, e i centocinquanta minuti di film scorrono lisci fra tensione e risate, senza alcuna pesantezza. Considerando che gli ultimi venti minuti di una pellicola sono quelli che restano maggiormente impressi nello spettatore, bè, la battuta finale di Aldo Raine (o di Tarantino stesso?) vale tutto il prezzo del biglietto.
You know somethin’, Utivich? I think this might just be my masterpiece.