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True Blood (2009)

Se il vecchio proverbio sostiene che “l’erba del vicino è sempre più verde”, a Bon Temps, Louisiana, si può tranquillamente dire che “il sangue del vicino è sempre più dolce”.

In un futuro non troppo lontano, infatti, i vampiri si sono integrati nella società americana, grazie all’ultimo ritrovato “alimentare” dell’industria giapponese: il True Blood del titolo, sangue sintentico che dovrebbe sostituire il legittimo e leggendario pasto “umano” della razza vampira. Le implicazioni politiche legate alla convivenza tra esseri umani e “succhiasangue” (lotta per il riconoscimento di uguali diritti, tolleranza e, in generale, tutte quelle battaglie sostenute nella storia da minoranze altrettanto emarginate e sfortunate), sintetizzate da sporadici flash di dibattito in tv, non costituiscono però il fulcro della nuova serie cult (non a caso sostenuta da un battage pubblicitario tra i più creativi), prodotta da HBO, creata, diretta e sceneggiata (in parte) dal premio Oscar Alan Ball e basata sui racconti Southern Vampires di Charlaine Harris. Se è vero che già dai titoli di testa (che mescolano immagini sacre e profane con l’ironico accompagnamento country di Bad Things di Jace Everett) è possibile capire che anche Dio odia i vampiri (il monito cristiano-intollerante God hates fags è diventato God hates fa(n)gs, “Dio odia le zanne”) e che nel clima bigotto di Bon Temps i fangers (uomini e donne che vanno in cerca di sesso con vampiri e si offrono spontaneamente ai loro morsi) sono visti con disprezzo, il problema dell’interazione tra le due “razze” viene posto in secondo piano rispetto al tema romantico.

Al centro della serie (dodici episodi di sessanta minuti) sta infatti la contrastata storia d’amore “interrazziale” tra la dolce cameriera con poteri paranormali Sookie Stackhouse (Anna Paquin) e il fascinoso vampiro Bill Compton (Stephen Moyer, compagno della Paquin anche nella realtà), passato a”miglior vita” durante la guerra civile. Intorno ai due protagonisti, ahimè, alquanto stereotipati, ruotano personaggi secondari piuttosto interessanti: Jason Stackhouse (Ryan Kwanten), fratello di Sookie e impenitente fornicatore, Tara Thornton (Rutina Wesley) migliore amica di Sookie, fiera delle sue radici afroamericane e convinta di essere posseduta da un demone, Sam Merlotte (Sam Trammel), ambiguo proprietario del Merlotte’s, punto di ritrovo degli abitanti di Bon Temps e luogo di lavoro di Sookie, Lafayette Reynolds (Nelsan Ellis), cugino gay di Tara e spacciatore a tempo perso di V (il sangue dei vampiri utilizzato come droga per le sue proprietà afrodisiache e rinvigorenti). Senza contare gli abitanti di Bon Temps, tra i quali la normalità non è certo di casa, e i personaggi legati a Bill e alla cerchia del Fangtasia (pare che i giochi di parole siano molto amati dai vampiri), in particolare Eric (Alexander Skarsgård), vampiro di spicco all’interno della comunità e sceriffo del quinto distretto, al quale Bill si rivolge come al suo “capo”.

A sconvolgere la non proprio quieta esistenza di Bon Temps (come se il conflitto tra umani e vampiri non fosse già sufficiente) intervengono alcuni efferati omicidi ai danni di donne (e animali) legati a Sookie, lasciando intendere che il vero bersaglio possa essere lei. E tra nuove storie d’amore, rapimenti, presagi sovrannaturali e metamorfosi animalesche, un’ondata di sangue invade la città (o meglio, casa Stackhouse), il mistero si infittisce e la risoluzione dei crimini appare sempre più vicina. Ma sarà un mortale o un vampiro a pagarne le conseguenze?

In quello che, in un alternativo calendario cinese, si potrebbe definire come “l’anno del vampiro” – data la consistente proliferazione di romanzi e pellicole sul tema (i riferimenti a una certa autrice mormone di fama ormai interplanetaria è puramente casuale) – True Blood costituisce un’occasione imperdibile per i divoratori di serial televisivi (meglio ancora se targati HBO, una casa produttrice che raramente ha fallito un colpo) per accostarsi all’argomento da una prospettiva radicalmente diversa. Per chi si aspetta gli elementi che hanno reso Alan Ball il genio qual è, True Blood potrebbe rivelarsi deludente. D’altra parte, replicare la perfezione di un prodotto come Six Feet Under non è impresa facile. Trovare compagni di viaggio interessanti come i Fisher capita forse una volta nella vita ed è quindi il caso di dimenticare la loro visionarietà allucinata e malinconica, quell’indimenticabile crossover tra morte e vita, condito con una buona dose di humor nero. Se Six Feet Under era una serie estremamente curata e calibrata, True Blood è eccessiva fino all’ultimo fotogramma e surreale ai limiti del consentito. Che si tratti di romance (la liaison mortal-vampiresca tra la vergine sacrificale e il suo bel vampiro si immerge in un’atmosfera soffusa e sognante o tocca punte gotiche ed esilaranti con amplessi consumati in un cimitero) o di horror (il sangue sgorga a fiotti neanche ci trovassimo di nuovo nella Casa delle Foglie Blu di O-Ren Ishii) non ha importanza, e nemmeno i personaggi sfuggono alla volontà di esagerare (la tipizzazione raggiunge vette quasi caricaturali e grottesche).

Ci sarebbe da discutere sulla mancanza di quei dialoghi brillanti usciti più di una volta dalla penna di Alan Ball, e sull’impietosa constatazione che Anna Paquin/Sookie Stackhouse (il cui spazio tra gli incisivi è forse l’elemento più disturbante della serie) potebbe tranquillamente scalare la classifica dei Dieci Protagonisti di Serie Tv più Irritanti della Storia (facendo considerevole concorrenza a Meredith Grey e Jack Shephard). Ma, repetita iuvant, la critica feroce è meglio lasciarla a chi sa destreggiarsi meglio in questo mestiere. Se si amano le serie a tal punto da sottoporsi a un tour de force di ore passate di fronte alla tv e registrazioni per non perdersi neanche una preziosa puntata, non è il caso di storcere il naso davanti a quella che potrebbe essere la manna dal cielo per i serial-addicted più sfegatati.

Cat: You probably think this world is a dream come true… but you’re wrong.

Coraline Jones (nome nato da un errore di battitura dell’autore Neil Gaiman, e dunque continuamente confuso con “Caroline”), esuberante e scontrosa undicenne dai capelli blu, si è appena trasferita dal Michigan nel deprimente complesso “Pink Palace Apartments”, popolato da stravaganti vicini: l’incredibile Mr. Bobosky, acrobata e domatore di topi russo, le due anziane attrici e imbalsamatrici di cani Miss Spink e Miss Forcible, e un logorroico ragazzino vestito da scheletro di nome Wyborn. La vivacità iperattiva di Coraline è presto frenata dal grigiore della nuova casa fatiscente e dall’indifferenza dei suoi genitori, impegnati nella stesura di un catalogo di giardinaggio e infastiditi dalla sua insistente presenza. La vita non sembra riservarle altro che noia, ma una bambola con le sue fattezze, regalatale da Wyborn, darà il via a straordinarie e inquietanti avventure. Esplorando il nuovo appartamento, Coraline scopre infatti l’esistenza di una porta, nascosta dietro la tappezzeria del salotto e, grazie alla complicità notturna di una coppia di topi salterini, riesce ad accedere ad un tunnel segreto che conduce in un incredibile mondo parallelo. Identico a quello vero, il mondo celato dalla porta magica del titolo italiano è però notturno e bellissimo, colorato, “da sogno” (Coraline riesce a fare la spola tra i due mondi solo durante il sonno): “gli altri”  genitori prestano fin troppa  attenzione alla figlia, “l’altra” madre cucina per lei gustose prelibatezze, “l’altro” padre suona il piano, Wyborn è stato “costretto” al mutismo e i vicini si lanciano in spettacolari esibizioni (lo show di topi salterini di Bobosky e le acrobazie al trapezio delle due attrici sono alcuni dei numeri coreografici più complessi della pellicola). Tutti sembrano felici e fuori ad attenderli c’è uno straordinario  giardino vivente con le fattezze di Coraline; ogni cosa sembra troppo bella per essere vera, e un inquietante dettaglio interviene a sottolinearlo: le persone dell’”altro” mondo hanno bottoni al posto degli occhi e se Coraline vorrà restarvi sarà costretta a farseli cucire. Il sogno di felicità dell’intraprendente protagonista si trasforma ben presto in un incubo, da cui dovrà uscire con le sue sole forze, aiutata nell’impresa da un saggio gatto nero che le farà da grillo parlante, nonchè da spalla. Coraline dovrà sfidare le mostruose forze dell’Altra Madre per poter salvare i Veri Genitori e tornare nel Vero Mondo, e nel corso delle sue rutilanti peripezie scoprirà i misteriosi segreti che animano l’universo parallelo dietro alla porta magica.

Burtoniano sin dai titoli di testa, che preparano magnificamente il terreno a questa fiaba nera dall’irrinunciabile lieto fine (ma anche la colonna sonora dei The Children’s Choir of Nice in quanto a derivazione burtoniana non scherza), Coraline e La Porta Magica nasce da un romanzo per bambini (illustrato da Dave McKean) dell’eclettico scrittore-disegnatore americano Neil Gaiman. Henry Selick è forse l’unico candidato possibile per dirigere e portare sullo schermo quello che lo stesso Gaiman ha definito “il film d’animazione in stop-motion più ambizioso che sia mai stato realizzato” e costato tre anni di intenso lavoro (alle tecniche già sfruttate sul set di Nightmare si aggiunge l’animazione digitale e l’effetto stereo 3D): regista del sublime Nightmare Before Christmas (presupposto imprescindibile per valutare qualsiasi altra pellicola in stop-motion) e di James e La Pesca Gigante da un racconto di Roald Dahl, Selick raccoglie la sfida di Coraline e realizza una pellicola che presenta diversi tratti in comune con l’antecedente di Tim Burton (dalle scelte tematiche alla realizzazione di ambientazioni e personaggi), pur non arrivando a sfiorarne le vette.

Concepito come romanzo d’avventura, Coraline si trasforma però in un inquietante viaggio nell’orrore, dove i personaggi si deformano in mostruosi insetti e si sconfina nell’angoscia del vuoto totale quando il mondo animato scompare per lasciare posto al bianco accecante del nulla. Per una generazione di bambini come quella contemporanea, abituata a vedere il peggio alla tv già in prima serata, Coraline potrebbe sembrare acqua fresca, e se Nightmare provocava ancora qualche brutto sogno o perlomeno lo scrupolo di guardare sotto al letto prima di addormentarsi (diventando col passare degli anni un suggestivo e impareggiabile antidoto per trascorrere le nottate di Halloween), di fronte all’incubo di Coraline gli adulti potrebbero spaventarsi  più dei bambini. La riflessione sull’esistenza di un universo parallelo viene risolta a livello visivo attraverso la scelta cromatica di un mondo grigio e apatico, che cade letteralmente a pezzi, per rappresentare la noiosa esistenza di Coraline e la sua difficoltà nel trovare qualcuno che la stia ad ascoltare, e di un mondo iper-colorato e sgargiante, ultramoderno e patinato, per rappresentare l’illusione di un’irraggiungibile vita perfetta dove l’amore si conquista e si paga a caro prezzo.

In poche parole: Il Mago di Oz di Fleming adattato in chiave contemporanea e con mezzi d’animazione che nel ‘39 si potevano solo sognare (e Biancaneve e i sette nani era già pura avanguardia). Come la Dorothy del Kansas anche la Coraline del Michigan si rende conto, attraverso un viaggio di formazione più o meno accidentale, che “non c’è posto migliore di casa propria” e che – nonostante il desiderio di trovare un luogo magico sopra l’arcobaleno, dove affrontare nuove sfide e trovare un po’ di attenzione e comprensione – ritornare agli affetti di tutti i giorni è l’unica soluzione possibile per poter essere felici (mettendo in conto, chiaramente, che nel finale tutto si risolva nel migliore dei modi). Anche Coraline trova sulla sua strada amici bizzarri e inaspettati (il Gatto e Wyborn, ad esempio), e anche Coraline ha una sua canzoncina per scacciare i cattivi pensieri ( “Oh my twitchy witchy girl, I think you are so nice, I give you bowls of porridge, and I give you bowls of ice cream, I give you lots of kisses, and I give you lots of hugs, but I never give you sandwiches with bugs, in.“). Certo, non è così ingenua e sprovveduta come la Dorothy di Judy Garland, ma tant’è,  i tempi sono cambiati e le ragazzine si sono fatte più furbe.

Certo, il modello dicotomico de Il Mago di Oz non è l’unico ad essere preso in considerazione: anche La Sposa Cadavere presenta una bipartizione simile, che sembra avvicinarsi ancora di più a quella di Coraline: un mondo dei vivi, virato in seppia, deprimente, dominato da rigidi vincoli sociali e costrizioni, e un mondo dei morti, per contrappasso, colorato e danzerino, dove la libertà di pensiero permette a una morta di sposare un essere vivente. La realtà quotidiana viene presentata dunque come una grigia routine da cui si sente il bisogno di evadere ma in cui si vuole ritornare in quanto garanzia di stabilità. Si esplora un mondo “altro”, ma dura poco: una volta scoperte le insidie che cela, il desiderio di evasione scompare immediatamente e si preferisce “non aprire quella porta” pur di non ritrovarsi più in un incubo. Per Gaiman Coraline rischia di essere recepito come un invito a non sognare più, visto che il sonno (che non dev’essere per forza quello “della ragione”) genera mostri. Ma sono sufficienti i commenti dei bambini in sala per provare il contrario. E, perchè no, quel pizzico di magia fiabesca che nell’era delle favole-della-buonanotte su cd sembra essere andato perduto, potrebbe rinascere, almeno per un po’, anche negli adulti più coriacei.

Oskar: Are you really twelve?
Eli: Yes. It’s just I’ve been twelve for a very long time.

Anni ‘80. Nel gelido e desolato quartiere di Blackeberg, alla periferia di Stoccolma, vive Oskar (Kåre Hedebrant), un timido dodicenne vessato da un trio di bulletti e animato da singolari passioni: tiene una raccolta di articoli di cronaca nera ed efferati omicidi sotto al letto (dimostrando le sue conoscenze in criminologia davanti alla classe e ad un poliziotto incredulo intervenuto a lezione) e trascorre i doposcuola studiando l’alfabeto Morse. Figlio di genitori separati, Oskar passa i bui pomeriggi nel giardino innevato davanti a casa, immerso in un’atmosfera spettrale. Qui incontra Eli (Lina Leandersson), una pallida ragazzina che non sembra patire il freddo e che non può essergli amica. Oskar avverte un’empatia immediata nei suoi confronti ma anche l’intima consapevolezza che ci sia in lei qualcosa di diverso: lo “strano odore” che emana, gli enormi occhi azzurri che cambiano colore da una sera all’altra, l’abilità nel risolvere il rompicapo di Rubik, il suo comparire improvvisamente solo di notte, la finestra tappata nell’appartamento accanto alla stanza di Oskar (dove Eli vive con un misterioso uomo di nome Håkan). Eppure la sua diversità affascina Oskar, finalmente in grado di poter instaurare un rapporto vero con una sua coetanea (o presunta tale), uscendo dalla barriera di isolamento che lo costringe a chiudersi in bagno per sfuggire ai suoi persecutori e a sognare la vendetta, brandendo un coltello contro un albero e gridando minacce che non metterà mai in pratica (”Strilla! Strilla come un maiale!” è la prima battuta che gli sentiamo pronunciare). Eli lo aiuterà a superare la sua passività, permettendogli di mettere in atto quella vendetta a cui anelava da tempo. E mentre nel quartiere si consumano misteriosi e inquietanti delitti, tra i due nasce una tenera storia d’amore impossibile, destinata a concludersi in un atipico lieto fine.

Tratto dal romanzo Låt den rätte komma in, dello svedese John Ajvide Lindqvist (anche autore dello script), Lasciami Entrare (in inglese Let the right one in da una canzone di Morrissey: Let the right one slip inFa’ entrare quello giusto, in riferimento alla necessità vampiresca di chiedere il permesso agli esseri umani per entrare nelle loro abitazioni), portato sullo schermo da Tomas Alfredson, è un horror sui generis, autoriale e raffinato, che non mostra mai troppo (cosa che il cinema dovrebbe cercare di fare sempre) e mette in scena una delicata storia d’amore – lontana dai palpiti adolescenziali di Twilight o dell’erotismo neo-gotico di True Blood – in cui la potenza delle immagini è in grado di sopperire magistralmente al minimalismo dei dialoghi (non è un caso che i due protagonisti comunichino attraverso un muro con un linguaggio muto). L’orrore passa attraverso la cruda freddezza di una città di morti, dove le strade sono vuote e il freddo entra nelle ossa anche attraverso lo schermo. Non servono colpi di scena grandguignoleschi per impressionare e inquietare: è sufficiente il rumore soffocato di una lama che squarcia la gola e il gorgoglio del sangue in un imbuto. Si uccide in boschi dove non è possibile nascondersi e la neve copre le tracce ma non le occulta per sempre. Ci si muove soli, nel buio, tra strade spettrali che non sembrano conoscere vita, e nelle poche scene popolate da esseri umani le grida dei bambini di fronte a un cadavere affiorato dal ghiaccio tolgono ogni parvenza di una placida esistenza.

La violenza è psicologica e crudele: è nelle parole di ragazzini prepotenti che vessano il “maialino” indifeso soltanto per scacciare la noia o sentirsi più forti. Ed è Oskar quell’animale inerme, incapace di reagire nonostante la lama che porta in tasca, Oskar, che accetta la fustigazione nel parcheggio della scuola come un martire, compiendo un atto sacrificale ingiustificato. E il sangue che sgorga sul ghiaccio, accompagnato dalle grida di dolore della vittima e dal sorriso beato e soddisfatto del suo carnefice, ne sancisce il riscatto. Ma la violenza è anche quella vera e terrificante di un omicidio che non ha altro movente se non placare la sete.

Gli scenari silenziosi e glaciali (colti dalla bellissima fotografia di Hoyte Van Hoytema), abbandonati dalla figura umana, nascondono insidie, e sequenze terrificanti si consumano in interni illuminati da una fredda luce al neon o tra le strade vuote in cui l’unico bagliore è quello di un lampione. Non servono continue urla di disperazione, arti mozzati (se non nell’ultima, straordinaria, scena nella piscina) e ultra-violenza esibita: il sangue che sgorga dagli occhi di Eli quando Oskar la sfida ad entrare senza il suo permesso, è l’immagine forse più inquietante dell’intera pellicola, più del volto sfigurato di Håkan che precipita dalla finestra schiantandosi al suolo con un tonfo sordo.

Il tema vampiresco è alla base del film ma non per questo viene trattato con quell’eccesso di stereotipi e pregiudizi (croci, acqua santa, paletti di legno) che abbondano in altre pellicole del genere. Un corpo che prende fuoco di fronte alla luce del sole, i conati di vomito di Eli per aver “assaggiato” una caramella offertagli da Oskar, sono alcune delle poche concessioni che Alfredson si permette, senza scadere nel parodistico o, peggio, nel ridicolo. L’attenzione non è concentrata tanto sugli omicidi – che, tra l’altro, restano inspiegabilmente irrisolti, nonostante si conosca il responsabile – quanto sul rapporto d’amicizia e d’amore che lega Oskar a Eli. Che sia una relazione impossibile non sembra importare un granchè (da questo punto di vista il concetto è lo stesso di un film come Lèon di Besson) e la vecchiaia di lei è solo un ironico accenno. Attraverso la diversità che li accomuna, i due protagonisti uniscono le loro solitudini, arrivando ad accettarsi nonostante tutto. E’ un amore puro, il cui unico accenno all’elemento sessuale è dato dai corpi nudi che si stringono senza guardarsi nel letto di Oskar, accanto a una parete che è un bosco in autunno, o lo sguardo fugace del ragazzino ai genitali cuciti di lei. E’ il sangue di Oskar che gocciola sul pavimento, leccato da Eli in un impeto di sete feroce, o il bacio tra i due, con le labbra sporche di sangue. Sono le loro ultime parole, scambiate in treno, picchiettando su una valigia frasi d’amore incomprensibili.

Hedebrant e Leandersson recitano con gli occhi, centellinando le parole, recitano col corpo, abbracciandosi per chiedere perdono. I loro personaggi non hanno affetti (i genitori di Oskar lo amano, sì, ma non si rendono conto del suo disagio) e mentre Eli può cavarsela da sola passando di città in città (”Devo andarmene e vivere o restare e morire” è la sua dichiarazione d’amore a Oskar), Oskar trova fiducia in se stesso solo grazie ai consigli della ragazzina. E quando le loro strade sembrano dividersi per sempre è sufficiente uno sguardo a fior d’acqua per rimettere insieme i pezzi, mollare tutto e andarsene verso una vita migliore.

Non si può che accettare l’a-moralità di Eli, che uccide per vivere ma anche per salvare: il massacro in piscina è l’atto liberatorio che aiuta lo spettatore a scaricare tensione e angoscia, nonostante lasci con l’amaro in bocca. E non si può far altro che augurare buona fortuna a quei due ragazzini in viaggio, pur sapendo perfettamente che con loro il futuro non potrà essere troppo magnanimo.

Per coloro che non amano il genere, la pellicola di Alfredson potrebbe essere il pretesto per iniziare a farlo.

I tre fratelli Nardini si ritrovano in quel di Rimini al capezzale del padre, colpito da infarto in circostanze non proprio ortodosse (ma niente paura, non è il classico erotismo extra-coniugale). Stefano (Valerio Mastandrea), rockettaro in crisi appena cornificato e mollato dalla baby-fidanzata, lascia Roma sotto l’effetto di acidi; Michela (Anita Caprioli), ecologista e femminista, lavora come biologa in un delfinario e come volontaria sulle ambulanze, viaggia solo in autobus e sembra essere l’unico membro mentalmente stabile della famiglia; Alberto (Giuseppe Battiston), il primogenito, ha mandato in crisi la fabbrica di ciliegie sotto spirito della famiglia e, disperato per il crollo finanziario, non ricorda più neanche il nome dei due figli.

Non è il caso di dire che i tre ne combineranno di ogni pur di risollevare le sorti della fabbrica e del patrimonio familiare, controllato dall’avido bancario Francesco Strozzi (Paolo Sassanelli), uno che si tiene in forma facendo jogging sulla spiaggia con le guardie del corpo e cerca collanine e altre amenità sulle rive romagnole. I Nardini arriveranno addirittura a “sequestrarne” il figlio, Agostino, un presuntuoso ragazzino che darà loro filo da torcere nell’esilarante quarto episodio della serie.

Imbottita di personaggi caricaturali (Luciana Litizzetto è Marta, una pettegola parrucchiera che segue la signora Nardini nei suoi stravaganti hobby neo-hippy pur di non farla ricadere nella depressione) e di situazioni surreali, Non Pensarci – La Serie nasce come “spin-off” dell’omonimo film di Gianni Zanasi ed entra nello squadrone di serie tv made in Italy prodotte da Fox e Sky (tra cui Boris, Quo Vadis Baby?, Romanzo Criminale e la recentissima Nel Nome del Male), gli unici prodotti di qualità che possano vedere la luce nel nostro paese, abituato a fiction di cui non è neanche il caso accennare.

La serie ripercorre la storia della famiglia Nardini, con ripetuti flashback che ampliano la trama del film, ricostruendo infanzia e adolescenza dei tre rampolli, che non la smettono di comportarsi da ragazzini neanche in età adulta. Situazioni comiche e inverosimili si mescolano alle preoccupazioni di tutti i giorni, che fanno il tempo che trovano e si risolvono in un continuo prendere la vita con filosofia. E pare che, nonostante i debiti e le ipoteche, per i Nardini  il gioco sia bello proprio perchè non finisce mai. Valerio Mastandrea getta scompiglio nell’apparentemente tranquilla esistenza dei Nardini, con il suo spirito punk e la sua parlata strascicata, inventandosi espedienti sempre più estremi per salvare la faccia alle miserie familiari. Protagonista assoluto, punzecchia il geniale e placido Battiston, cercando di attirarlo verso il Lato Oscuro, mentre Anita Caprioli si affanna per portare un po’ di serietà in un clima di follia generale.

Certo, la serie (alla regia di  Zanasi si affianca quella di Lucio Pellegrini) non è perfetta, ma è gia difficile che questo accada con prodotti americani dotati di mezzi ben più considerevoli, e non è comunque il caso di recriminare troppo, considerata la miseria dell’attuale televisione nostrana (in cui è già tanto se si trova qualcosa da guardare e si riesce a ridere amaramente solo davanti ai dieci minuti di Blob). C’è da essere solo che contenti se  a qualcuno viene in mente di finanziare un progetto che dà lavoro a bravi attori (che riescono a dare vita a personaggi credibili e ben costruiti, pur nella loro stravaganza e tipizzazione) e riesce a divertire, strizzando l’occhio anche (e finalmente) ad un pubblico giovane fondamentalmente anglofilo. Non sarà un capolavoro di tecnica, ma quella è una preoccupazione che si può tranquillamente rimandare ai grandi critici che pullulano in rete. In ogni caso sono venticinque minuti di ironia da iniettarsi un lunedì a settimana. Il che non è certo da trascurare. Senza contare che basta il tema musicale di apertura a mettere di buon umore.

Quindi “ripartiamo da…pausa.

A.K.: You know, in my country there is a saying: “If you want to reach the sky, fuck a duck and try to fly”.

A.K. (Eugene Hutz, leader dei Gogol Bordello) vorrebbe incidere un disco ma si guadagna da vivere facendo il prostituto per masochisti, con l’eloquente motto “lick my boots”; Juliette (Vicky McClure) intasca flaconi di pillole dalla farmacia in cui lavora (ignara di scatenare fantasie erotiche nel suo principale indiano) e  sogna di fare volontariato in Africa, ma non si decide a partire; Holly (Holly Weston) studia danza classica da sedici anni ma deve mantenersi imparando a fare la lap-dance in un locale gestito dall’equivoco Harry Beechman (Stephen Graham). Insieme i tre condividono un appartamento londinese dove ne succedono di tutti i colori. E al piano di sotto il professor Flynn (Richard E. Grant), poeta in crisi dopo la cecità, non riesce più a scrivere neanche una parola, nonostante gli incoraggiamenti di A.K., per cui nutre un sentimento d’affetto, forse d’amore. Sarà il suo libro, Wonderlust King, ad ispirare la canzone che porterà il gruppo di A.K. al successo (i Gogol Bordello si esibiscono in concerto nell’ultima scena del film).

Il debutto alla regia di Madonna, forse stimolata dagli anni trascorsi accanto a un marito regista a cui per poco non ha rovinato la carriera (dopo il divorzio Guy Ritchie e la signora Ciccone sembrano essere diventati curiosamente prolifici in fatto di cinema), non produce fondamentalmente nulla di nuovo nè di eclatante. Sacro e Profano (in originale Filth and Wisdom – sporcizia e saggezza, distribuito in Italia dalla Sacher di Nanni Moretti) si presenta come una sorta di videoclip di 80 minuti, in cui l’unico guizzo di originalità sembra essere costituito dalla stravaganza di Eugene Hutz (sostanzialmente nella parte di se stesso), che si muove sulla scena bardato come un ufficiale del terzo reich o come uno  “zingaro ucraino di merda” (l’atavica ostilità inglese verso l’etnia era già stata sviscerata ampiamente dall’ex-marito di Madonna nel suo secondo lungometraggio), dispensando saggi consigli popolari del tipo “se lecchi sempre il coltello finisce che ti tagli la lingua” e riassumendo, a metà tra narratore esterno e grillo parlante, la morale del film: Inferno e Paradiso sono due facce della stessa medaglia, il mondo si divide in buoni e cattivi ma non c’è differenza tra i due, insomma, la scoperta dell’acqua calda.

Se l’intento è quello di stupire o, ancor peggio, di sconvolgere, non è questo il caso: delle provocazioni per cui Madonna è ben nota – videoclip eretici/erotici, fotografie osè e testi scandalosi, tanto per citarne alcune – non resta nessuna traccia. Le trasgressioni sessuali (coniugali e non) vengono raccontate con spirito comico-grottesco: A.K. punisce il “monello cattivo” sculacciandolo con una bacchetta da maestro d’altri tempi (coinvolgendo le coinquiline nei suoi teatrini), fa la cavallina vestito da domatore circense, o scende le scale travestito da donna e stira abiti femminili in tenuta anni ‘20, salvo poi ritirarsi a meditare nel suo luogo prediletto: la vasca da bagno, snocciolando nuove perle di saggezza e biascicando nella sua lingua madre. Tanto per essere più tranquilla, Madonna dissemina (auto)citazioni qua e là: nel night-club di Beechman risuona Erotica e Holly ottiene la consacrazione come stripper esibendosi sulle note di Give Me Baby One More Time, vestita da scolaretta coi codini alla Britney Spears, e, come se non bastasse, la neo-regista prende in prestito uno degli attori di Guy Ritchie: Stephen Graham, infilandolo, di nuovo (dopo Snatch – Lo Strappo) in una pellicola dal sapore “zingaresco”. Citazionismo a parte (o forse no), nella colonna sonora abbondano brani dei Gogol Bordello e l’allegra follia del loro gipsy-punk contamina irrimediabilmente l’intera pellicola, dandole uno dei pochi tocchi di vera vivacità.

Il pasticcio pop-musicale si conclude con un lieto fine di cui nessuno sentiva il bisogno e che, d’altra parte, chiunque in sala aveva già intuito. Ma non è tutto da buttare nel folle mondo dei freaks londinesi (una frecciatina alle origini dell’ex-marito o uno spunto tratto dalle sue pellicole?), se non altro si salva la verve comica di Hutz e la sua musica gitana. Ed è proprio nelle parole dell’ultimo brano suonato in concerto che sembra essere contenuta la morale della pellicola, quella vera, non quella, scontatissima, del monologo iniziale.

“When I die, I’m going to go straight to Heaven. And you are going to ask me why. Did I pray enough? No. Did I share enough? Not really. Was I humble enough? Definantly not. So what makes you so sure you’re going straight to Heaven, you ask. And I will tell you: because I told the truth.”

Mikael “Kalle” Blomkvist (Michael Nyqvist), reporter d’assalto del mensile economico svedese Millenium, viene condannato a tre mesi di reclusione per diffamazione ai danni dell’imprenditore Hans-Enrich Wennerström. Costretto a lasciare il giornale, Mikael riceve una misteriosa offerta di lavoro dal magnate dell’industria Henrik Vanger (Sven-Bertil Taube): trasferirsi per sei mesi sull’isola di Hedeby a Hedestad e indagare sulla scomparsa (o, a detta di Vanger, sull’omicidio) dell’adorata nipote Harriet, avvenuta in circostanze oscure nel 1966, durante la Giornata dei Bambini. Un fiore essiccato e incorniciato, speditogli per posta da ogni parte del globo nel giorno del suo compleanno, è il segno tangibile che l’assassino si sta prendendo gioco di lui da anni. Come se non bastasse, un incidente automobilistico avvenuto durante quella festa di trentanove anni prima, restringe il campo dei sospettati a un pugno di membri della stessa famiglia Vanger, tra i quali non corre buon sangue. Inizialmente titubante, Mikael accetta l’incarico, riuscendo a scovare indizi mai emersi in quasi quattro decenni.

Ad affiancarsi al reporter, durante le indagini nell’assolato chalet in riva al mare, sarà Lisbeth Salander (Noomi Rapace), abilissima hacker (sotto lo pseudonimo di Wasp), informatrice della Milton Security dall’oscuro passato (due flashback anticipano il contenuto del sequel La Ragazza che Giocava col Fuoco) e dalle straordinarie capacità investigative. Androgina, dark, bisessuale, iper-tatuata (il titolo della versione britannica è The Girl with The Dragon Tattoo), Lisbeth non ama il contatto umano e non esita a farsi giustizia da sola contro le brutali violenze cui la sottopongono tanto sconosciuti in metropolitana quanto il suo stesso neo-tutore Nils Bjurman (Peter Andersson). Nessuno meglio di lei può penetrare nella mente di un “uomo che odia le donne” a tal punto da ucciderle e metterle in posa in macabri rituali dai risvolti biblici, e sarà proprio grazie a Lisbeth (e al suo uso spregiudicato dei mezzi informatici) che Mikael riuscirà a completare il quadro delle sue intuizioni, scatenando le reazioni di quei Vanger che non vogliono far venire alla luce antichi demoni familiari. Tra Lisbeth e Blomkvist nascerà una relazione, ma il loro legame sarà destinato a consolidarsi con la risoluzione dell’enigma, che li condurrà in un incubo ad occhi aperti. Il finale, come nella migliore tradizione del genere, renderà giustizia ai buoni e punirà impietosamente i cattivi (di ogni tipo), senza dimostrarsi, però, troppo manicheo, perchè, come dirà Lisbeth, “tutti hanno dei segreti”. Resta solo da scoprire quali.

Con Uomini che Odiano le Donne Niel Arden Oplev porta sul grande schermo il primo capitolo dell’ormai celeberrima trilogia Millenium, pubblicata postuma e baciata dal successo dopo la morte prematura del suo autore: Stieg Larsson. La sceneggiatura di Nikolaj Arcel e Rasmus Heisterberg, asciutta ed essenziale, arriva dritta al punto, riducendo notevolmente il contenuto del romanzo. Ed è inutile sottolineare come tale operazione sia necessaria, considerata la mole degli scritti di Larsson. Scompaiono così le minuziose e dettagliate descrizioni di ambienti e paesaggi (sostituite però da notevoli scorci delle distese ghiacciate di Hedestad o della vita urbana ultramoderna di Stoccolma), l’accurata spiegazione dell’affare Wennerström contenuta nell’incipit del romanzo (viene invece mantenuto, saggiamente, il prologo, rappresentato nelle scene iniziali del film), personaggi dall’importanza decisiva vengono ridotti, nella pellicola, a ruoli secondari: Cecilia Vanger ed Anita Vanger, per citarne alcuni, o la stessa Erika Berger (Lena Endre, attrice decisamente più “matura” rispetto alla donna immaginata da Larsson), la cui relazione erotica ventennale con Mikael viene totalmente trascurata (così come il triangolo amoroso con il marito di lei). La vita sessuale, piuttosto intensa, del protagonista, viene asciugata a favore della relazione con Lisbeth, che appare, nel film, molto più strutturata e centrale di quanto non risulti nel romanzo (in cui Lisbeth si innamora di Blomkvist, per il quale il sentimento non è lo stesso). Il personaggio di Lisbeth Salander, il più affascinante e il più ricco di sfumature, viene considerevolmente ampliato, soprattutto per l’importanza che riveste nella risoluzione del caso: la hacker è infatti  responsabile delle intuizioni più importanti, mentre viene eliminato completamente il personaggio di Pernilla, la figlia di Mikael, che offriva al padre la chiave per l’interpretazione delle citazioni bibliche connesse agli omicidi.

La pellicola che ne emerge è, in ogni caso, un thriller accattivante e dal sapore decisamente europeo, forse fin troppo complesso per gli spettatori che ignorano il romanzo di Larsson, sebbene lo script renda più comprensibile l’intricata rete di rapporti interni alla famiglia Vanger. Si perdono, ed è inevitabile, le sequenze sul tema del giornalismo economico e della sua doppia faccia (quella, coerente e battagliera, di Millenium, e quella ruffiana e ipocrita di quei giornalisti svedesi che non esitano a fare di un imprenditore senza scrupoli un dio dell’economia) ed è curioso notare come l’Aftonbladet (più volte citato all’interno del libro) figuri tra gli sponsor del film. Resta in superficie – pur essendo trattato in modo piuttosto suggestivo attraverso l’uso delle immagini – il tema del nazismo (tre dei quattro fratelli Vanger si rivelano legati a tale movimento) che avrà una sua rilevanza in relazione al movente degli omicidi. Giornalismo e nazismo rappresentano due poli importanti – in positivo e in negativo – della biografia di Larsson. Scrittore e giornalista, Mikael Blomkvist rappresenta infatti – e non è difficile intuirlo – l’alter-ego di Larsson, fondatore della rivista antirazzista Expo (di cui Millenium potrebbe essere con molte probabilità il corrispettivo fittizio) e profondo conoscitore di organizzazioni naziste e fasciste.

Questi elementi, più o meno legati biograficamente all’autore, convergono nel romanzo, più che nella pellicola di Oplev, che preferisce approfondire il tema che dà il titolo al film: il sadismo e la violenza sulle donne. A rappresentarlo è chiaramente il personaggio di Lisbeth Salander, la cui centralità diventerà ancor più insistente nei successivi capitoli della saga (dove verrà chiarito il senso di quello che lei definisce “Tutto il Male”). Perfettamente (e straordinariamente) interpretata da Noomi Rapace, Lisbeth esce dalle pagine del libro per incarnarsi in un fascio di muscoli, tatuaggi e rabbia, che le dà vita nel vero senso del termine, e se uscisse dallo schermo si potrebbe credere di trovarsi davanti a una persona in carne ed ossa anzichè al parto mentale di uno scrittore. E’ a Lisbeth che appartengono (ma non si contano le sequenze nella “stanza delle torture” dell’assassino) le scene più crude del film: lo stupro e il tatuaggio ai danni del “sadico porco e stupratore”. Lisbeth è vittima e carnefice (non si scompone nell’infliggere la stessa violenza sessuale contro chi ha abusato di lei, nè nel guardare un uomo che arde vivo implorando aiuto) ed è, secondo un’espressione cara a certe eroine fassbinderiane, una donna “dai principi rigidi”: non accetta giustificazioni di fronte alle azioni malate di un “porco che odia le donne”, non crede che un omicida possa essere vittima del suo passato, dal momento che tutti hanno la possibilità di scegliere e tutti sono responsabili delle proprie azioni, senza scusanti. Ad affiancare l’autodidatta Noomi Rapace è il divo svedese Nyqvist che, pur non ricalcando il proprio personaggio in modo così impressionante come la sua giovane collega, riesce a rappresentare quel particolare tipo di fascino che è la firma di Mikael Blomkvist.

Oplev lavora in modo interessante sui materiali e sui personaggi costruiti da Larsson e ne ricava un film compatto, che manipola leggermente l’intreccio narrativo in modo da risultare più funzionale sullo schermo. Il montaggio serrato di Anne Østerud (aiutato anche da una colonna sonora cupa e a tratti gotica) sovrappone vorticosamente ritagli di giornale, pagine web, vecchie fotografie e citazioni bibliche, nonchè filmati storici di repertorio, sostituendo attraverso le immagini la suspense creata dal lento procedere delle indagini descritte nel romanzo. Per chi ha amato le pagine di Larsson è difficile giudicarne la riduzione cinematografica: da una parte è impossibile non amare una pellicola che rende merito, con estremo rispetto, a un autore così magistrale nell’uso delle regole del genere, dall’altro è impossibile non vedere la differenza che separa i due medium e i loro rispettivi prodotti. Ma il film vale pienamente il biglietto, se non altro per poter vedere un personaggio unico come Lisbeth Salander prendere vita.

Define Dancing

 

54.

Eve is ecstatic.

She snaps the plant up with her tractor beam.

Seals it safely in her chest.

Then scoops up Wally in her arms.

Spins him around.

EVE

Wally! (Laughs)

Wally can’t believe his luck.

Rests his head on her shoulder.

Bliss.

Eve stops spinning.

Leans her head against his.

A tiny ARC OF ELECTRICITY passes between them.

A “thank you” kiss.

Wally’s METER spikes.

He floats circles in space.

WALLY

(swoons)

EVE

(hums)

[Come on. Time’s a wastin’.]

She reaches for his hand.

Wally shakes his head.

Holds up his extinguisher instead.

WALLY

(beeps)

[I can fly myself.]

Kicks on the extinguisher.

Spins in a pirouette…

…and flies away.

Eve giggles.

Chases after him.

BING CROSBY’S “STARDUST” PLAYS

The two fly around the stern of the ship.

Wally does a few barrel rolls.

WALLY

(beeps)

[Try that.]

Eve giggles.

Matches him move for move.

55.

The pair fly between the BOOSTER ENGINES of the ship.

Weave in and out of the rocket flames.

Bank up along the ship’s port side.

Execute a double helix in perfect unison…

 

 

dallo script di Wall-E di Andrew Stanton (2008)

Vincere (2009)

“Io sfido Dio. Gli dò cinque minuti per fulminarmi. Se non mi fulmina, vuol dire che non esiste”. Sono queste le prime parole pronunciate da Benito Mussolini (Filippo Timi) nell’ultimo film di Marco Bellocchio (in concorso a Cannes con ottime probabilità di vittoria): Vincere. Siamo nella Milano del 1912 e la collera degli astanti si scatena contro il pensiero demistificante di un Mussolini ancora socialista e sindacalista, redattore dell’Avanti!, mentre una giovane donna lo osserva sorridendo in fondo alla sala. Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno) Mussolini l’aveva incontrato a Trento, nel 1907, in circostanze ben più oscure. Lo ritrova cinque anni dopo e, esattamente come quella notte tra le strade buie e fumose della città, ne è perdutamente innamorata. Ne diventa la passionale amante (ma lo sguardo freddo di lui guarda altrove durante l’amplesso, brutale e animalesco), la fedele compagna, tanto fedele e votata alla sua causa da vendere tutto per finanziarne il nuovo giornale: il Popolo D’Italia. Ma bastano pochi anni perchè tutto cambi: la guerra è alle porte, l’ambizione di Mussolini lo sta portando sempre più in alto (era, in fondo, il suo desiderio, sollvarsi dalla mediocrità) e Ida Dalser, con in grembo il primo erede del futuro Duce, è solo un intralcio, soprattutto dopo il matrimonio di lui con la cameriera Rachele Guidi (Michela Cescon), sua legittima moglie.

Ma Ida non demorde, si presenta sotto la finestra di Mussolini urlando il suo disprezzo, affrontando a viso aperto la stessa Rachele (causandole una collera isterica), mettendosi a nudo (letteralmente e provocatoriamente) tra i corridoi di una galleria d’arte futurista, senza mai smettere di gridare al mondo la sua identità (”Se nessuno mi ascolta, dovrò continuare a gridare” dirà al dottor Cappelletti di lì a poco). La donna viene così allontanata, spedita a Sopramonte, mentre in Russia impazza la Rivoluzione e la Grande Guerra sta per volgere al termine. In seguito, quando il regime si afferma in tutta la sua potenza, sarà separata dal figlio Benito Albino (Fabrizio Costella) e rinchiusa in manicomio, prima a Pergine poi, per un breve periodo da lei stessa ricordato come “l’unico umano” di quegli anni, nell’istituto di San Clemente a Venezia, dove conoscerà la compassione di un intelligente psichiatra (Corrado Invernizzi) che le insegnerà il valore della sottomissione e del silenzio, offrendole un’acuta riflessione sulla necessità di “essere attori”, fingere obbedienza verso un regime che si è costretti a idolatrare, senza però riuscire a liberarla. Ci sarà l’occasione per una fuga ma sarà ormai troppo tardi. Ida e Benito Albino (impersonato, ormai grande, da un impressionante Filippo Timi) moriranno in manicomio, l’una nel 1937, l’altro nel 1942. “Vincere! E noi vinceremo!” saranno le ultime parole di Mussolini (quello vero, immortalato nella celluloide dei filmati d’epoca dell’Istituto Luce), prima che il calco in metallo del suo volto venga schiacciato da una pressa, segnando impietosamente l’imminente fine del regime.

Bellocchio (autore del soggetto e co-sceneggiatore assieme a Daniela Ceselli) prende spunto dall’opera di Alfredo Pieroni (ma trae notevole ispirazione dal documentario di Fabrizio Laurenti e Gianfranco Norelli: Il Segreto di Mussolini) confezionando un piccolo gioiello cinematografico, una pellicola che mescola passione, storia, politica e arte con efficacia straordinaria. Vincere è, per stessa ammissione di Bellocchio, un film profondamente influenzato dal Futurismo, un film futurista. Gli imperativi del movimento campeggiano a chiare lettere sullo schermo (”Guerra!”, “La guerra, sola igiente del mondo”) e le immagini (di repertorio e non) celebrano il mito della velocità e della ruggente modernità sin dalle prime inquadrature. Si raggiunge l’apice con la visita di Mussolini alle sale della mostra futurista, un tripudio di onomatopee di fronte alle opere che hanno fatto la storia dell’avanguardia italiana. La musica (composta da Carlo Crivelli) esplode e bombarda la scena, segnando con forza gli anni dell’ascesa mussoliniana, gli anni della contestazione, delle marce in piazza, dei grandi ideali (”Con le budella dell’ultimo Papa strangoleremo l’ultimo re!”) che si trasformano rapidamente in quelli dell’interventismo e del voltafaccia socialista, fino ad arrivare alla dittatura e al Concordato con quella Chiesa che, in gioventù, non aveva mai potuto sopportare (”Ogni volta che vedo un prete mi viene voglia di lavarmi le mani”).

L’uso dei mezzi espressivi e di comunicazione  - oltre a quelli artistici – è straordinario: Bellocchio sfrutta magistralmente le immagini di repertorio offerte dall’Istituto Luce e le inserisce nel film incorporandole con il girato, dando l’impressione di un collage perfettamente costruito (il volto della Dalser che si staglia in controluce su quello del Mussolini da cinegiornale è uno dei tanti esempi citabili, assieme alla proiezione di Christus di Antamoro sul soffitto della chiesa-ospedale sul Carso): Timi esce presto di scena per lasciare spazio al solo Benito Mussolini di celluloide, con il quale Ida si relazionerà fino all’internamento, diventando così la protagonista del dramma. Non mancano inserti intertestuali e metafilmici: il cinematografo è luogo di incontro (e scontro), di svago e di indottrinamento politico, e viene presentato più volte come elemento culturale e mass media d’eccellenza del periodo, con sequenze assolutamente straordinarie (la proiezione de Il Monello di Chaplin di fronte al quale Ida, in lacrime, rivede la separazione padre-figlio che ha segnato in qualche modo la sua vita). Il tutto impreziosito dalla splendida fotografia di Daniele Ciprì: fortemente contrastata, in grado di calibrare con sapienza l’uso di luci e ombre, gioca in particolare sui volti degli attori (Timi che compare dal buio, illuminato solo a metà, alla porta di Ida, l’ombra della donna che emerge quasi minacciosa dal fumo delle bombe) e sulle sagome dei personaggi (le ombre degli spettatori in tumulto si sovrappongono alle immagini sullo schermo del cinema), dando vita a scene di impronta quasi teatrale, di una bellezza che mozza il fiato: su tutte, Ida che sparge le proprie lettere al vento, lanciandole dalla grata del manicomio, in una notte blu che si illumina di bianco, con una cascata di neve così bella da sembrare irreale. O, ancora, il dialogo, forse il più acuto del film, tra Ida e il suo psichiatra, nel giardino di San Clemente, dominato, come buona parte delle scene in notturna, da una luce blu, intensa e rarefatta che dona all’immagine un’atmosfera fiabesca, quasi magica.

Giovanna Mezzogiorno offre un’interpretazione sconvolgente, abbandonandosi ad un interminabile primo piano che ne cattura, senza lasciar scampo, ogni respiro, ogni singhiozzo, ogni più piccola emozione, fino alle lacrime che scorrono inarrestabili, ma con delicatezza, senza cadere nell’eccesso melodrammatico. Filippo Timi lascia se stesso per sdoppiarsi nei due Mussolini  (con i quali condivide un’impressionante somiglianza di sguardo, più che di fisico): il giovane idealista che sa perfettamente che cosa vuole diventare nella vita e arriva a liberarsi di qualsiasi ostacolo per raggiungerlo, e il figlio rinnegato diventato adulto, così sconvolto dalle proprie origini da restare senza fiato dopo un’infervorata imitazione del Duce (che diventa pantomima, rendendo ancor più ridicolo il Mussolini dei filmati d’epoca), inquietante negli ultimi istanti da folle, con i denti macchiati di sangue e l’urlo soffocato che segue alle parole in tedesco pronunciate da Mussolini sullo schermo, o forse solo nella sua testa.

La critica si spacca sul Festival di Cannes forse più controverso e agitato degli ultimi anni e neanche Vincere sfugge ai suoi (pre)giudizi. Quella italiana non sa decidersi, quella straniera grida entusiasta al miracolo e gli ammiratori di Bellocchio sostengono il maestro a spada tratta. A prescindere da tutto questo, il grande pregio di questa pellicola (probabilmente uno dei migliori film italiani da molto tempo a questa parte) sta nel voler inquadrare un pezzo di storia italiana troppo spesso considerata un tabù da bypassare, una responsabilità – quella di aver avviato il modello totalitario più esportato al mondo, aprendo la via ad uno dei capitoli più neri della storia mondiale – da cui si preferisce fuggire, piuttosto che affrontarla. Ne emerge un’opera forte e delicata, il cui spirito ossimorico è ben rappresentato dai suoi due protagonisti: una romantica, eterna sognatrice, che sacrifica tutto per amore, rassegnandosi solo alla fine all’ineluttabilità del reale, e un ambizioso senza scrupoli (Timi dice di voler “umanizzare” il suo Mussolini, pur non amando il personaggio e, in effetti, l’impresa riesce ardua) che sacrifica tutto per il potere, senza rassegnarsi mai, neanche di fronte al crollo. Che dire? Più che un film, un’opera d’arte.

Soffocare (2009)

Victor Mancini: What would Jesus not do?

Victor Mancini (Sam Rockwell) è un sessodipendente che non ha nessuna intenzione di smettere nè tantomeno di intraprendere la “fase 4″ del programma di riabilitazione, a cui partecipa assieme all’amico Denny (Brad William Henke), affetto da problemi di onanismo compulsivo, con il quale lavora in un parco a tema che riproduce l’America coloniale del ‘700 con una certa pignoleria (portare con sè un giornale può valere il bando dalla gloriosa comunità di Dunsboro). Spiantato e problematico (l’infanzia turbolenta, trascorsa a fuggire da uno stato all’altro in uno scuolabus con la madre drogata, viene ricostruita dai numerosi flashback), Victor arrotonda il suo misero stipendio di “figurante storico” con una truffa alquanto singolare (e che, non a caso, dà il titolo al film): al ristorante finge di soffocare, costringendo qualche povero  (non letteralmente: snobba una ragazza con uno Swatch al polso)  malcapitato a salvarlo. Il senso di gratitudine per aver reso il suo salvatore una persona migliore, gli garantisce un notevole introito mensile (speditogli per posta assieme alle lettere accorate dei suoi “genitori adottivi”) con il quale Victor può permettersi le spese della lussuosa casa di cura della madre, Ida (Anjelica Huston), affetta da Alzheimer e incapace di riconoscerlo durante le sue visite (nelle quali, tra l’altro, viene importunato da simpatiche vecchiette che lo accusano di molestie infantili ai loro danni).

Tra i corridoi dell’istituto Victor incontra la giovane dottoressa Paige Marshall (Kelly Macdonald), particolarmente legata a Ida. Dopo aver respinto le avances sessuali dell’uomo (al contrario dell’intero staff ospedaliero), Paige propone a Victor un tentativo di cura sperimentale per la madre, le cui condizioni peggiorano sensibilmente. Indeciso tra il desiderio di mantenere in vita Ida o lasciarla morire e liberarsi della causa di tutti i traumi subiti, Victor scopre di nutrire dei sinceri sentimenti per la dottoressa, l’unica donna con cui non riesce a fare sesso (scatenando l’ilarità di Denny) ma anche la sola a cui vorrebbe, senza riuscirci, dichiarare i propri sentimenti. A complicare il quadro si aggiunge il diario di Ida, scritto rigorosamente in italiano, nel quale potrebbe essere contenuto il segreto della vera paternità di Victor. Intenzionato a scoprirlo, l’uomo farà tradurre il diario a Paige. Ne emergeranno risvolti biblici tanto inaspettati quanto surreali che sconvolgeranno non poco la già precaria esistenza del protagonista. Mentre Denny raggiungerà la pace interiore superando la sessodipendenza con l’aiuto di “Cherry Daiquiri”, una svampita spogliarellista di nome Beth (cambia colore di capelli perchè le bionde sono maggiormente soggette a melanomi), e la costruzione di un edificio di pietre raccolte per strada, Victor ricadrà nel tunnel sempre più profondo della dipendenza (è l’esilarante scena del finto stupro) nonchè della crisi di identità. Fino all’improbabile, ma comunque “lieto”, finale.

Tratta dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk (pubblicato nel 2001), Soffocare (premio speciale al Sundance 2008) è una commedia nera adattata per lo schermo (e diretta) da Clark Gregg, attore (qui è Charlie, “capo” del villaggio coloniale di Dunsboro) al suo debutto dietro la macchina da presa. Valutare l’adattamento di un romanzo palahniukiano è un tentativo reso tanto più arduo sia dall’illustre precedente rappresentato dal Fight Club di David Fincher – che coglie con assoluta perfezione il senso del romanzo a cui si ispira – sia dalla complessità delle opere dello scrittore di Portland, in alcuni casi talmente geniali e ardite da risultare quasi infilmabili. Poteva essere questo il caso: provocatorio e senza peli sulla lingua, Choke sfida qualsiasi invito alla censura, ed è comunque da apprezzare la volontà di Gregg di mettere in scena il romanzo senza intaccarne l’essenza e senza sfrondare quelle che potevano essere le sequenze più ostiche (il sopracitato “finto stupro”, presentato qui in maniera necessariamente edulcorata, o lo smarrimento delle palline erotiche). Il film non ha forse lo stesso cinico mordente dell’originale e la sceneggiatura riduce quasi al minimo le linee dell’intreccio narrativo (la satira religiosa e le implicazioni cristologiche restano in superficie e il finale “al bacio” – nel vero senso della parola – sostituisce quello, più apocalittico, del romanzo) ma Gregg trova la corretta dose di sarcasmo e l’ingrediente giusto per affrontare Palahniuk: non prendersi mai troppo sul serio.

Sam Rockwell è il perfetto Victor Mancini, un misto di trasandatezza e ironia sorniona (e benchè meno noto al grande pubblico, dimostra ancora una volta le sue doti interpretative) mentre l’imponente Brad William Henke lo affianca con lo spirito di un grillo parlante non convenzionale, rinchiuso nel corpo di un gigante buono. Kelly Macdonald (liceale promiscua e sfuggente in Trainspotting di Boyle e moglie ingenua e sfortunata in Non è Un Paese Per Vecchi dei Coen), interpreta l’unico personaggio apparentemente ”normale” della pellicola, la controparte innocente del vizioso anti-eroe, ma finisce col rivelarsi il più controverso. La grande Anjelica Huston è una madre fuori dal comune (per la seconda volta, è il caso di dire, dopo la Patricia Whitman di Wes Anderson). Colonna sonora particolarmente azzeccata, con un brano dei Radiohead composto appositamente per il film: Reckoner (contenuto nel doppio In Rainbows). “Piacevole” non è la parola esatta, ma è la prima che mi viene in mente.

Sometimes you have to loose everything before the penny finally drops… or… whatever. So here’s what I figured out: we’re not evil sinners or perfect knock offs of god. We let the world tell us weather we’re saints or sex addicts. Sane or insane. Heroes or victims. Weather we’re good mothers, or loving sons. But we can decide for ourselves. As a certain wise fugitive once told me, sometimes its not important which way you jump, just that you jump.”

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